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Speciale Far East Film 8

FAR EAST FILM

L'altro oriente

di Amon Rapp

Sostanziale delusione per i film presentati durante l'ottava edizione del Far East Film Festival. Se la sezione rappresentata dai film giapponesi è risultata la migliore in riferimento alla qualità dei film, ben poche emozioni ci hanno riservato le opere provenienti dalle altre nazioni del lontano oriente.

A partire dai film coreani che quest'anno non rimarranno certamente a lungo nella memoria degli spettatori. Sembrano ben lontani i tempi in cui il Far East si è fatto promotore di film del calibro di Sympathy for Mr. Vengeance di Park Chan-wook o, per rimanere alla scorsa edizione, del bellissimo Road di Bae Chang-ho.

You are my sunshine Sa-KwaMurder, take oneSee you after schoolRules of datingWelkome to Dongmakgol2 YoungDragon SquadHome Sweet HomeThe HouseThe Shopaholics2 become 1I call youThe Wild, Wild RoseThe ImpYou and MeLoach is fish tooGimmie KudosGhost of Valentine

In generale, dunque, i lungometraggi provenienti dalla corea del sud si sono attestati su di un livello piuttosto mediocre. A questo proposito due film, paragonabili per i temi affrontati, You are my sunshine di Park Jin-pyo e Sa-Kwa di Kang Yi-kwan ben esemplificano la non eccessiva salute del cinema coreano del 2005. Entrambi raccontano la nascita e la fine di una sofferta storia d'amore con risultati però piuttosto diversi. You are my sunshine inizia come una commedia scanzonata, in cui un imbranato agricoltore cerca in tutti i modi di piacere ad una giovane cameriera, e finisce come un melodramma tragico, in cui la ragazza si scopre ammalata di AIDS e viene incarcerata per prostituzione. Ora, è propria questa la parte che si dimostra più debole: l'enfatizzazione eccessiva delle emozioni dei due protagonisti nel momento in cui le difficoltà mettono a dura prova la loro relazione distrugge quell'equilibrio che il regista era riuscito a creare all'inizio, quando il film ancora non voleva dimostrare nulla (l'amore nonostante tutte le avversità e altre amenità del genere). Il secondo film invece, Sa-Kwa, nonostante il taglio registico  da "film d'autore", si dimostra di una totale inconsistenza: il film, nel mostrare la crisi di un matrimonio dovuta a delle presunte cause profonde (la diversità delle aspirazioni dei due sposini, ecc.), sembra non voler dire nulla, protraendosi stancamente per quasi due ore.

Ben lontano dalla tematica più sfruttata dai film coreani di quest'anno, quella dei problemi di coppia, Murder, take one di Jang Jinè invece un thriller statico e complicato, in cui la risoluzione di un omicidio viene raggiunta attraverso continui interrogatori e dialoghi fiume. Se, come si evince dal testo di commento riportato sul catalogo del Far East, il film è molto divertente ma quasi tutta la comicità verbale presente risulta intraducibile in una lingua straniera, non si capisce davvero come possa arrivare ad un pubblico di non coreani. E infatti il film non diverte affatto ma si trascina pesantemente verso una conclusione a dir poco deludente: l'assassino verrà scoperto grazie ad un esorcismo e la sequenza dell'omicidio si mostrerà in tutta la sua improbabile dinamica.

Decisamente su un altro piano si situa See you after school di Lee Seok-hoon, forse il miglior film coreano di quest'anno: una commedia molto ben riuscita e divertente sul problema del "bullismo" nelle scuole coreane. Un nerd, appena giunto nella sua nuova scuola, commette l'errore di sfidare il duro della situazione mettendo a repentaglio la propria incolumità fisica. Attraverso l'aiuto di un suo compagno, che cercherà in tutti i modi di fargli abbandonare l'edificio scolastico per scampare al fatale duello, riuscirà però a sconfiggere il proprio avversario in un memorabile scontro sul tetto della scuola. Si ride di gusto per tutto il corso del film, visto che il regista riesce a divertire senza cadere nell'abuso di semplici battute ad effetto, ma grazie alla creazione di situazioni veramente esilaranti, nelle quali il povero protagonista vede progressivamente svanire tutti le sue speranze di fuga, trovandosi sempre più vicino alla fatidica ora dello scontro.

Per quanto riguarda invece i film di apertura e di chiusura, entrambi coreani, l'entusiasmo non può che essere tiepido, vista la mediocrità delle opere presentate. Al film di apertura Rules of Dating, una commedia romantica con risvolti drammatici che cerca di affrontare anche temi impegnati come la questione degli abusi sessuali, non possono essere rivolte né critiche sostanziali né particolari elogi: un discreto film, non c'è che dire, ma niente che possa rimanere impresso a lungo nella mente e nel cuore degli spettatori.

Il film di chiusura invece, e vincitore del festival, Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyun, merita un discorso a parte. Il film, campione di incassi in Corea, narra le vicende di due gruppi di soldati, uno nordcoreano e l'altro sudcoreano, in guerra tra loro, che si ritrovano a dover collaborare per difendere il villaggio che li ha ospitati. L'amicizia e i sentimenti tra i due gruppi si sviluppano anche grazie al clima che regna nel villaggio; l'ingenuità e il candore dei suoi abitanti riesce infatti a cancellare progressivamente i sentimenti di ostilità naturale che dividono i loro ospiti. La collaborazione tra "sudisti" e "nordisti" non può non richiamare alla mente un altro grande successo commerciale coreano degli ultimi anni, Joint Security Area del regista ormai di culto Park Chan-wook, in cui due gruppi di soldati appartenenti ai due opposti paesi stabiliscono tra loro un profondo legame di amicizia. Quest'ultimo film tuttavia si colloca ad un ben altro livello, ponendo interrogativi che vanno al di là del semplice entertainment: allo sdolcinato buonismo del film di Park Kwang-hyun, che esalta un patriottismo che fa presa facilmente sullo spettatore, il film di Park Chan-wook preferisce il realismo dei contrasti insanabili e delle divisioni profonde che separano i due paesi. Se in JSA i propositi dei singoli soggetti risultano totalmente impotenti nel risanare la ferita che lacera la corea, la cui cura è totalmente al di fuori della portata delle azioni individuali, in Welcome to Dongmakgol vi è piuttosto un superficiale ottimismo, evidente soprattutto nel finale che suggella un'unione ideale, resa possibile dal sacrificio ad una causa comune, che non tiene però conto del dato storico e della situazione reale.

Ora, se i lungometraggi coreani  del 2005 non sono stati certo memorabili, i film più deludenti di questo festival provengono senza dubbio da Hong Kong. È in questi che si vede più chiaramente il vertiginoso calo di qualità dell'ottava edizione del FEFF rispetto a quelle precedenti. Ad eccezione di 2 Young, discreto dramma adolescenziale di una sedicenne che si scopre incinta, di Derek Yee, già autore del buon noir One nite in Mongkok presentato l'anno scorso, gli altri lungometraggi si sono attestati tutti ben al di sotto della sufficienza.

A cominciare da Dragon Squad di Daniel Lee che annoia e delude rispetto alle potenzialità del cinema d'azione di Hong Kong. Se l'inesistenza della trama, riducibile alla lotta tra una squadra di agenti speciali ed un gruppo di supercriminali, è un fattore piuttosto comune in questo tipo di cinema, la totale mancanza di ironia fa rimpiangere i film d'azione di Steven Siegal (peraltro citato nei titoli di testa non si sa bene a che titolo): i personaggi si prendono troppo sul serio, il loro patetismo e le loro emozioni gridate non toccano né divertono, ma annoiano solamente. Le sparatorie sono sì ben girate (in particolar modo la seconda), ritmate da un montaggio frenetico e da fulminei movimenti di macchina, ma il resto è quasi tutto da buttare; il film non riesce a coinvolgere, anche per la totale assenza di caratterizzazione dei protagonisti e per la completa mancanza di evoluzione delle dinamiche di gruppo all'interno delle due opposte fazioni.

Un giudizio analogo può essere riservato ai due horror presentati, Home sweet Home di Soi Cheang e The House di Ng Man-ching, i quali si situano sulla stessa lunghezza d'onda. Entrambi infatti sfruttano il topos, ormai usato fino allo sfinimento, della casa infestata, non solo non riuscendo a dire nulla di nuovo, ma non essendo nemmeno in grado di creare una particolare atmosfera che possa spaventare o divertire davvero. Home sweet home parte come un film horror, un bambino viene rapito da una creatura misteriosa e deforme che si nasconde all'interno di un grattacielo, per poi evolversi come un action thriller, in cui il soprannaturale scompare per lasciare il posto alla solita follia che ottenebra la mente del povero mostro di turno (in questo caso una madre che ha perso la ragione a causa della morte del figlio e del marito). Se il film è abbastanza scontato e prevedibile, tuttavia il regista in alcuni momenti riesce a infondere una buona dose di tensione attraverso uno stile di regia frenetico che guarda più agli action movies che ai film horror, aspetto che però va a discapito dell'atmosfera e che alla fine finisce per stufare.

Nessuna nota positiva è invece rintracciabile nel secondo dei due horror hongkonghesi presentati: The House. In questo caso il regista annoia fin dal primo minuto con delle premesse che non lasciano presagire nulla di buono: una giovane vedova e il proprio figlio si trasferiscono in un nuovo appartamento che immancabilmente si rivela infestato dai fantasmi dei suoi vecchi inquilini. Da qui il film procede in un crescendo di noia, attraverso una storia totalmente inconsistente, piena di personaggi privi di alcuna funzione narrativa, momenti morti, buchi di sceneggiatura e situazioni al limite del ridicolo (una per tutte il fantasma della madre assassina che gira travestita da attrice dell'opera cinese). Inutile dire che il finale non riserverà alcuna sorpresa (i due protagonisti seguiranno la stessa sorte dei loro predecessori).

Purtroppo, anche le commedie si attestano sul basso livello di qualità caratteristico dei film di HK di quest'anno. Anche il film di Wai Ka-fai, The Shopaholics, delude clamorosamente. Presentato come commedia degli echi lubitschiani si è invece dimostrata lontana anni luce dell'intelligenza e dalla raffinatezza delle opere del maestro di Billy Wilder. Il film narra le vicende di più personaggi affetti da una dipendenza sfrenata dallo shopping, tutti destinati ad incrociare nel corso del film le proprie esistenze. Se il film sembra partire bene presentando delle situazioni davvero molto divertenti, mano a mano che la storia procede la narrazione si fa sempre più artificiale e ricercata, perdendo di spontaneità e di scorrevolezza; processo che raggiunge il suo apice nella lunga sequenza finale in cui i quattro protagonisti devono scegliere con chi sposarsi: la vicenda non riesce a divertire per via della sua macchinosità, che, ben lontana dalla fluidità delle sequenze più riuscite della commedia sofisticata hollywodiana, risulta pesante e perfino noiosa: sembra esserci troppa carne al fuoco, i cambi di punti di vista e i ribaltamenti di situazione sono troppo numerosi e forzati, la regia è troppo frenetica, e così lo spettatore si ritrova a sperare (e quanto a lungo) che il film termini al più presto.

Pessimo giudizio anche per le altre due commedie presenti, 2 become 1 di Law Wing-cheong e I'll call you di Lam Tze-chung. Il primo vuole narrare in toni scherzosi la vicenda di una donna che si scopre affetta da un tumore al seno; ma il film più che sdrammatizzare una vicenda così dolorosa la ridicolizza, arrivando perfino alla personalizzazione del seno della donna che viene dolcemente salutato nel finale, quando la malata opterà per la sua totale asportazione chirurgica (evento preannunciato già nel titolo: i due seni che diventano uno). Nessun commento merita invece I'll call you, che, sebbene possa essere considerato un buon prodotto per un pubblico di dodicenni, non può certo essere degnato della minima attenzione all'interno di un festival (seppur popolare come il Far East).

Sembra dunque che nella selezione dei film provenienti da Hong Kong manchi, in modo più evidente rispetto a tutti gli altri paesi asiatici, la presenza di un autore che riesca anche solo a far divertire genuinamente il pubblico. Forse non è un caso che l'unica nota positiva provenga da due film degli anni passati, il primo presentato nella retrospettiva Asia Canta e il secondo durante lo svolgersi dell'horror day.

The Wild, Wild Rose di Wang Tianlin, del 1960, è infatti un ottimo noir cantato in cui il giovane protagonista sprofonda nell'abisso dell'alcool e della disperazione a causa della "femme fatale" di turno. Ottima la regia e la fotografia, buona la sceneggiatura e gli interpreti, per un film che guarda senza sfigurare ai classici modelli del noir americano. Molto favorevole il giudizio anche su The Imp di Dennis Yu, del 1981, presentato durante l'horror Day: storia di un uomo che scopre di essere perseguitato da una entità maligna che vuole impossessarsi di sua moglie e del figlio che sta per dare alla luce, è un horror zeppo d'ironia, pieno di atmosfere suggestive e personaggi divertenti, tanto che, probabilmente, può essere considerato il miglior film di Hong Kong visto quest'anno.

Ad un livello decisamente superiore rispetto alle due selezioni appena commentate si colloca la rosa dei film cinesi che insieme a quella giapponese risolleva parzialmente un festival mediocre. Dalla Cina, infatti, provengono due tra i più bei film visti durante questo ottavo Far East Film. Il primo, You and Me di Ma Liwen, racconta l'evoluzione del rapporto che si stabilisce tra una anziana affittacamere ed una giovane inquilina: le due protagoniste, trovandosi a convivere forzatamente all'interno di uno stesso spazio, passeranno da una situazione di scontri quotidiani all'instaurazione di un profondo legame. Il film procede attraverso continui salti temporali che presentano brevi momenti quotidiani di vita vissuta, nei quali emerge a poco a poco la salda unione affettiva che lega le due protagoniste. Rapporto che si evolve al di là delle parole e che si manifesta soprattutto attraverso i gesti, i silenzi, le incomprensioni che molto poeticamente danno vita ad un ritratto complesso delle due donne. Nessun lirismo e nessuna emozione gridata per un'opera che mostra l'inesorabile scorrere del tempo, il cambiamento e la morte con una pacatezza ed una profondità che toccano nel profondo.

L'altro film che merita una nota particolare è Loach is fish too di Yang Yazhou. In questo dramma sociale la difficile situazione dei lavoratori cinesi che si devono trasferire dalla campagna alla città nella speranza di una vita migliore viene vista attraverso gli occhi di due personaggi, una madre con due figli e un appaltatore di manodopera, che si ritroveranno nel bene e nel male ad instaurare una relazione sentimentale. Il film è veramente ben equilibrato e riesce ad illustrare una condizione esistenziale molto difficile, quelli dei lavoratori emigranti cinesi, senza cadere nel pietismo, ma riuscendo ad alternare momenti umoristici a momenti drammatici con una naturalezza e una fluidità davvero fuori dal comune. Ne esce il ritratto complesso di una società piena di contraddizioni in cui la forza dei singoli individui e la speranza di migliorare la propria condizione sono le uniche condizioni per sopravvivere in una nazione che offre pochissime garanzie e certezze ai suoi abitanti.

Una piccola menzione merita anche Gimme Kudos di Huang Jianxin. Film a dire il vero abbastanza misterioso, o perlomeno alquanto improbabile se consideriamo le motivazioni che spingono i vari personaggi, racconta la storia di Yang Hongqi e il suo tentativo di vedere pubblicata su un giornale l'azione eroica di cui, a parer suo, è stato autore per compiacere il padre ormai sul letto di morte. Sebbene la storia sia quanto di più improbabile sia capitato di vedere nel corso di questo festival, il film è effettivamente ben girato e la cripticità delle motivazioni dei vari personaggi contribuisce a tener desto il livello d'attenzione degli spettatori.

Sembra pertanto che nella selezione dei film cinesi venga recuperata quella dimensione di autorialità quasi completamente assente invece nei film provenienti dalla Corea e da Hong Kong. Per quanto riguarda le altre aree del cinema asiatico, come di consueto scarsamente rappresentate dal festival di Udine, nessun film fa gridare al capolavoro, e tutto si conforma al livello generale. Un'unica nota merita però Ghost of Valentine di Yuthlert Sippapak, a sorpresa forse il miglior horror dell'Horror Day. La storia, in apparenza abbastanza semplice, racconta la vicenda di una giovane ragazza che si ritrova a lavorare in un ospedale ormai sull'orlo del fallimento. L'ospedale è infestato da un fantasma e molti indizi sembrano portare ad un coinvolgimento diretto della protagonista... Il regista, pur nella grossolanità degli effetti speciali, riesce ad infondere un senso di malessere, mostrando una vicenda in cui tutti i personaggi sono colpevoli ed in cui tutti dovranno dolorosamente espiare le proprie colpe. Il film non offre possibilità di redenzione, né soluzioni consolatorie, ma il ciclo del karma che coinvolge i vari protagonisti della vicenda viene mostrato in tutta la sua inesorabilità.

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