Speciale Far East Film 6
MALINCONIA ORIENTALE
Per quanto improbabili essi siano, la visione intensiva di produzioni "medie" di una stessa zona del mondo porta a cercare, o a trovare inaspettatamente, paralleli e ricorrenze tra opere più o meno simili, più o meno distanti geograficamente. La 6a edizione del Far East Film si presenta, in superficie, meno "estrema" rispetto ad altri anni, a causa della mancanza di registi come Miike Takashi o Kim Ki-Duk che avevano elettrizzato gli scorsi anni, o della quasi-assenza di un genere come l'horror che nelle edizioni precedenti aveva rinvigorito la selezione del festival. La selezione ha infatti visto una consistente presenza di drammi o commedie sentimentali, solamente qua e là inframezzate da film di azione che ci si aspettava di trovare in maggior misura.
In realtà, non sono mancate opere di impatto altrettanto forte, seppure appartenenti ad altre aree cinematografiche e per lo più relegate negli omaggi, come il giustamente osannato Dying at a hospital di Ichikawa Jun, sicuramente la migliore opera del festival (ma il podio è comunque tutto conquistato dal regista giapponese, con Tokyo marygold e Tadon and Chikuwa ), per quanto un po' fuori luogo in un festival di cinema popolare, così come Jian Jie di Zhang Yuan.
La mia impressione personale è che in questo FeF6 ci sia stata una notevole presenza di film legati a tematiche "familiari". Un gran numero di pellicole indaga i rapporti di coppia, la maternità, le relazioni tra genitori e figli (e tra figli e genitori), tra fratelli e, se vogliamo, tra generazioni differenti; rapporti usati non solo come puro pretesto narrativo, ma con un ruolo chiave all'interno delle singole opere. Se la rappresentazione delle felicità e delle crisi di coppia (Dance with the wind, Cell phone, Tokyo Marygold, Singles, Lost in time, Baober in love solo per citarne alcuni) appare abbastanza ovvia in una produzione annua così ricca di drammi e commedie sentimentali, lo stesso non si può dire per la forte incisività dei rapporti tra genitori e figli (per lo più bambini o nascituri), presenti trasversalmente nei generi più disparati, dalla commedia al dramma, dall'horror al film in costume.
Pensiamo all'intenso rilievo drammatico che la voce narrante della figlia del protagonista dona all'opera vincitrice del festival, Twilight samurai di Yamada Yôji: tutta la vicenda è descritta con gli occhi (ora adulti) di una figlia in adorazione, che nel film vediamo ancora bambina agli albori dell'epoca Meiji. L'entrare nella soggettiva di una figlia trattata con amore ed affetto altruistico rende ancora più commovente e nobile il personaggio del samurai povero che vuole coltivare la terra. Un simile rapporto, ma con esiti differenti, lo troviamo in un altro film giapponese: The hunter and the hunted di Narushima Izuru. Come il samurai Seibei, il poliziotto alle prime armi del titolo è un vedovo con una figlia a carico (Seibei ne ha due), e dona tutta la propria vita solo per quell'unica figlia. Ma mentre la dedizione di Seibei è alleviata e ricambiata dalla collaborazione (non solo materiale) delle figlie, l'affetto ugualmente forte della bimba del poliziotto assume toni di gelosia egoista, costringendo il detective a non sposarsi e a portare avanti la propria solitaria esistenza da vedovo, solo per venire poi abbandonato quando la bimba ormai cresciuta decide di lasciare il nido. Quella che poteva essere una semplice commedia dai meccanismi non troppo innovativi, viene così trasformata in un'opera crepuscolare e dolente proprio da un legame familiare che condiziona fortemente l'andamento narrativo dell'opera. Inverso il rapporto tra la ragazza disabile e la nonna nel bel Josee, the tiger and the fish di Inudo Isshin, in cui è la seconda a rinchiudere in casa la prima, a nasconderla al mondo e a nasconderle il mondo, che lei avrà occasione di imprimere nella propria memoria solo grazie al fugace ed effimero slancio affettivo di un ragazzo. Dopo la maturazione sentimentale verso un rapporto che apre invece di rinchiudere, la ragazza può tranquillamente tornare nel proprio guscio con una consapevolezza diversa. 
In un contesto più banale, è il bel rapporto tra la protagonista del coreano ...ing di Lee Eon-hee, una ragazzina inconsapevolemente affetta da una malattia mortale, e la propria madre, a dare brio e pathos ad un film vagamente piatto in cui le lacrime sembrano talvolta studiate un po' troppo a tavolino. E' proprio la madre della ragazza, che cerca continuamente di sdrammatizzare la condizione della figlia con scherzi e battute pungenti, ad esprimere tutto l'amore il suo amore creandole un fidanzato fittizio, che poi finirà per innamorarsi della ragazza (ovviamente, ma la struttura narrativa non è poi così scontata).
Assai dolente è invece il rapporto genitori-figli del dramma familiare The coldest day, diretto dall'esordiente regista cinese Xie Dong, una pellicola matura e raffinata che si snoda tra le piaghe di sentimenti congelati: in un universo familiare freddo e inospitale, la figlia della coppia protagonista è allo stesso tempo una vittima ed il motore inconsapevole della nascita di qualcosa di nuovo, seppure in un clima di generale disillusione. Più positiva ma altrettanto triste è la visione dell'aggraziato Lost in time di Derek Yee, in cui l'essere padre o madre è indipendente dai fattori genetici, ma è una questione puramente affettiva: la giovane protagonista adotta il figlio del fidanzato morto come se fosse suo, mentre un amico, che in passato non aveva saputo essere un padre e un marito, dimostra a se stesso la propria attitudine alla paternità cercando di diventare genitore del ragazzo.
La maternità assume aspetti assai più inquietanti nei due horror e nell'onirico Baober in love. Il tailandese Buppha Ratree narra di una ragazza il cui fantasma infesta un condominio dopo che questa è morta in seguito ad un aborto e all'abbandono del suo ragazzo. Nonostante il film di Sippapak viri spesso e volentieri sul grottesco, le immagini del bagno inondato del sangue successivo all'aborto di Buppha sono effettivamente impressionanti, così come l'epilogo che vede riunita una coppia fantasma menomata e derelitta. Peccato che la commistione di horror, dramma sentimentale e film demenziale non sia una delle più convincenti, e che a lungo andare il film debba fare i conti con i meccanismi che cita assai ripetitivamente. Decisamente più impressionante il coreano The Uninvited, della giovane Lee Su-yeon, che inizia come un vero e proprio horror made in Japan, per poi evolversi (o arenarsi?) in un dramma psicologico complesso ma non meno disturbante. Il rapporto adulti-bambini è qui espresso con massima intensità e proliferazione , diviso equamente tra i tre personaggi principali: il protagonista maschile, ossessionato dall'immagine cruenta della sorellina morta (a causa sua) e da quella di un bambino schiacciato da un camion (guidato da suo padre?), immagini che lo perseguitano in età adulta sotto forma dei fantasmi di due bambine avvelenate sulla metropolitana; la narcolettica e paranoica protagonista femminile, il cui figlio neonato è stato gettato dal balcone di un grattacielo, cosa che le causa il divorzio dal marito; la donna accusata dell'infanticidio, ossessionata dai neonati, che costituiscono per lei un incubo in quanto nel proprio inconscio si cela il ricordo di essersi cibata della madre morta sul fondo di un pozzo, per salvarsi. Un film non completamente riuscito, ma assai doloroso e di forte impatto. La maternità pone un accento sinistro anche sull'estroso Baober in love, pellicola contesa tra il fiabesco e l'incubo.
Storia di adulteri, famiglie spezzate e rapporti improbabili, con una protagonista infantile che cova una dolorosa maternità immaginaria. Alcune trovate sono molto spassose, ma spesso il film sembra volutamente confuso e non riesce a risolvere una contraddizione di fondo: la semplicità d'animo della protagonista (che odia i fronzoli e le cose inutili) rappresentata con un linguaggio videoclipparo sofisticatissimo ed estetizzante.
Su un versante totalmente opposto, e più scontato, il tema della maternità è un comune espediente narrativo della commedia, e lo troviamo dunque sia nel coreano Singles di Kwon Chil-in, una commedia senza infamia nè lode, ma comunque ben confezionata e divertente, in cui una delle due protagoniste rimane incinta e nasconde la propria gravidanza al padre (così che la sua amica è costretta a fare da "padre" al bambino); sia nel (pessimo) filippino Bridal shower, in cui similmente una delle tre protagoniste, indecisa a chi attribuire la paternità del figlio che porta in grembo, sceglie le agiatezze di un partner ricco ma poco affascinante.
A concludere la sesta edizione del Far East è stato un lancinante rapporto tra fratelli, in Tae Guk Gi di Kang Je-gyu, un film ambizioso e di lodevoli intenzioni, ma che già dalle prime immagini si arena nel tipico polpettone coreano iperleccato e manierato, un'opera che poteva anche risultare interessante se non fosse per l'approccio eccessivamente retorico, per la pessima recitazione, e per la mole di debiti truculenti nei confronti di Salvate il soldato Ryan, che diluiscono la forza narrativa del soggetto con ore di inutili e noiose carneficine. Al di là degli effettivi risultati della pellicola, è di nuovo un intenso rapporto familiare, portato al parossismo fino ad assumere toni quasi deliranti, a ribadire una lacerazione non solo politico-geografica, ma profondamente intima (come evidenzia anche il sciatto ma più sentito The road taken di Hong Ki-seon).
Anche questo film di guerra, come molte opere presentate al festival, va quindi a rispecchiare un'ottica del sentimento, una lente degli affetti che filtra e lascia trasparire una più vasta visione del mondo esterno, in drammi struggenti e commedie più o meno desolate, ma mai completamente risolte: riflessioni intime e soggettive che hanno segnato, a mio avviso, questa "annata" malinconica e sentimentale di cinema orientale. (Giacomo Calorio)
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