Speciale 1° Festival Internazionale del Cinema d'Animazione di Chiavari
di Stefano Gariglio
Takahata Isao è stato a Chiavari. Così potrebbero ricordare gli annali della bella città ligure che quest'anno ci ha regalato un piccolo festival, che speriamo farsi a poco poco grande, interamente dedicato all'animazione. Un così illustre ospite ha omaggiato al modo giusto la nascita di un evento che la comunità cinefila italiana dovrebbe fare patrimonio culturale nazionale.





Un festival nato all'insegna dell'equilibrio, senza dubbio politically correct ma a suo modo audace nel cercare fin dall'inizio di non presentarsi "monotematico" mantenendo comunque una profonda coerenza interna, in grado di alternare epocali romanzi disegnati - l'opera di Takahata - a grandi sperimentazioni visive - Fuyu no hi - portando a conoscenza del pubblico produzioni ingiustamente trascurate - il norvegese Volda College (rappresentato a Chiavari dall'istrionico Gunnar Strom) e l'animazione greca - e lanciando, se non proprio affrontando, discussioni teoriche come quella sul rapporto teatro-animazione offerto dalla visione dei film del nostrano Luzzati.
Un equilibrio che traspare anche dal concorso cortometraggi, quantitativamente non troppo abbondante ma sicuramente mirato nella scelta dei titoli: pochi i film di puro svago i quali ultimamente - complice la computer graphics che concede a chiunque il vezzo di improvvisarsi animatore e creare gag a iosa- tendono a prendere il sopravvento nella categoria degli shorts e molte invece le produzioni che hanno dimostrato di avere le carte in regola per divenire pagine di antologia, opere che aggiungono nuovi tasselli al variegato mondo che è il cinema a passo uno, cercando nuove strade di sperimentazione ritmico-figurativa, portando a battesimo tecniche nuove con i mezzi più strambi (spruzzi di vernice inclusi). Se col finlandese Treevil, che ci narra a suo modo come nascono gli "arbre magicque", o con l'inglese How to cope with death, dove una mite vecchietta riscatta la propria longevità a suon di cazzotti, è stato il sorriso a prevalere, sono però ben diverse le sensazioni che hanno accompagnato la visione del maggior numero degli altri film, dall'asciuttezza nostalgica di un Father and daughter alla straziante drammaticità frankeinsteniana di The Separation, favola dark su una coppia di gemelli siamesi che prima si separano e poi, tragicamente, cercano di ridiventare un tutt'uno. Circa il giudizio espresso dalla giuria e dal pubblico va detto che qualunque responso (o quasi) sarebbe stato immune da contestazioni di massa tenuto conto appunto dell'elevata qualità di tutti i titoli in programma, diseguali nelle ambizioni ma ugualmente fedeli al credo primo del cinema danimazione: la ricerca di una linguaggio personale in grado di fare di un genere una vera forma d'espressione autonoma. Al più si potrebbe non convenire con la scelta di mettere in concorso un titolo ormai cult del calibro di Harvie Krumpet, la biografia in plastilina di un uomo perseguitato dalla sfortuna che ha già collezionato premi in tutto il mondo, col quale qualunque corto degli ultimi due anni ha paura di confrontarsi ma, aldilà di questo caso, non si può criticare l'operazione di setaccio condotta dal direttore artistico Giannalberto Bendazzi e dai suoi colleghi/discepoli.
Poca computer graphics abbiamo detto, e tra questa non a caso anche Bookashky, un corto ungherese realizzato (lo apprendiamo dal catalogo) con un vecchio PC casalingo, e una buona dose di tradizione e (neo)classicità. Proprio nell'attenzione al passato si giustifica la retrospettiva dedicata all'animazione di silhouette con tanto di interessante documentario sull'artista che ha creato e diffuso in tutto il mondo questa particolare tecnica spesso trascurata: Lotte Reiniger. Inutile segnalare l'importanza filologica della proiezione del capolavoro indiscusso Le avventure del principe Achmed così come di un altro titolo storico quale il trittico I racconti de L'orologio magico di Ladislaw Starewitch, stop-motion misto a riprese live portato sul banco di restaurato dopo ben ottant'anni. L'argomento silohuette ha trovato poi una contestualizzazione all'interno del festival tramite la presentazione di un volume monografico a firma Pierre Jouvanceau, forse l'unica delle tre pubblicazioni anticipate al Festival che mi sento di consigliare personalmente, visti i miei scarsi interessi nel conoscere il pensiero ejzenstejniano riguardo a Topolino, libro a cura di Sergio Pomati, e la non trascurabile presenza di refusi e imprecisioni che intaccano a macchia d'olio "Animation and realism" di Midhat Ajanovic', volume bilingue (croato e inglese) che si promette - senza riuscirci troppo, anzi circumnavigando furbescamente l'argomento - di studiare il delicato problema dell'approccio foto-realistico nel cinema d'animazione… (Piccola parentesi acida a questo proposito. Spesso i registi "criticano i critici" accusandoli di guardare l'oggetto-cinema da lontano senza mai essersi prima "sporcati le mani" attraverso il lavoro sul campo. Bene: qualcuno vuole dire ai registi che si improvvisano critici di ricordarsi, magari, di valorizzare le loro dissertazioni con qualche sana, esemplificativa, accademica analisi di sequenza? Grazie. Fine parentesi.)
Questa prima edizione ha tenuto in gran considerazione la produzione giapponese e non necessariamente - crediamo noi - per reggere il passo con le ultime tendenze in materia di festival internazionali (Cannes, Berlino e Venezia) sempre più favorevoli, dopo il caso Miyazaki, ad ospitare qualche grande titolo anime nel proprio programma. Lo dimostra innanzitutto l'omaggio all'animazione nipponica indipendente, rassegna di tredici titoli dell'ultimo cinquantennio curata dalla compianta Monica Cavalieri e patrocinata da Yamamura Kôji che, dell'animazione nipponica out-borders è oggi il più promettente rappresentante. Una rassegna indispensabile. Perché l'animazione giapponese non è solo cel-animation e computer graphic e soprattutto non è solo "Anime", quello che, tra critiche da una parte ed elogi dall'altra, ha comunque conquistato il palinsesto televisivo di tutto il mondo con i grandi occhi tondi e le capigliature al neon e, che se ne dica o no, può vantare (fortuna sua) una larga distribuzione internazionle. A ricordarcelo sono, tra gli altri, lo splendito Kujira [La balena, 1952] di Ofuji Nobumoto, uno degli esiti più alti nel campo della tecnica dei ritagli di cartoncino che ancora oggi stupisce per la raffinetezza nella rappresentazione della tempesta, il dissacrante e jacovittiano gioco di arti strappati e mangiati di Chikara Bashi [id., 1976], l'irriverente misoginia del sessantottino Kôji Yuri con due dei suoi più famosi film, Ai [Amore, 1963] e Kiseichu no ichiya [I parassiti di mezzanotte, 1972], oppure lo shakesperiano Osama ni natte kizune [La volpe che divenne re, 1959] di Tadahiko Mochinaga, l'essenzialità del racconto e la rarefazione dell'atmosfera soffusa di Oni [Il demone, 1972] di Kawamoto Kihachiro, maestro nell'arte dei pupazzi, la sovreccitata satira sociale Made in Japan [id., 1972] di Kinoshita Renzo (ex direttore del Festival di Hiroshima), l'altra faccia di Tezuka Osamu che con Jumping [id., 1984] si cimenta in un ottimo saggio di soggettiva irrefrenabile, la caleidoscopiche sperimentazioni visive degli acquarelli di Yonesho Maya e della matita di Yamamura Kôji, quest'ultimo presente anche in concorso con il suo film più celebre, il kafkiano Mt. Head (Atama Yama, 2002). Vista la difficile reperibilità di questi titoli, ormai trascurati anche dal circuito festivaliero che nei decenni passati aveva dato loro visibilità, si è trattato sicuramente di una retrospettiva importante che speriamo di rivedere al piu' presto replicata anche in altra sede.
Che dire di Takahata Isao se non che si tratta di uno dei più grandi registi di animazione filo-cinematografica (per non dover dire "commerciale", termine che potrebbe far sorgere dubbi sulla natura autoriale delle sue opere) che dalle serie per famiglie quali Heidi (Shôjo no Alps Heidi, 1977) e Anna dai capelli rossi (Akagi Anne, 1978) è poi passato a lungometraggi di impegno sociale come il dramma bellico Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka, 1988), forse il suo capolavoro, e Ponpoko (Heisei tanuki gassen Ponpoko, 1994), in cui un gruppo di tassi si battono contro l'avanzata dell'urbanizzazione, fino alla sperimentazione stilistica di My neighbours the Yamadas (Tonari no Yamada-kun, 2001), epopea familiare all'insegna di uno humor decisamente insolito nel settore anime, ben più vicino ad uno Shultz che non alla chiassoneria super-deformed dei varii Takahashi Rumiko e Toriyama Akira.
Fuyu no hi [Giorni d'inverno, 2002], l'altro grande appuntamento di questo festival targato Giappone, non ha tradito le aspettative: dopo un primo momento di interdizione - non è del resto cosa di tutti i giorni assistere ad un lungometraggio che muta di stile e tecnica ad ogni minuto, o quasi - il pubblico ha potuto deliziarsi gli occhi con un prodotto davanti al quale anche la critica più esigente non può che esprimere approvazione. Basato sugli haiku del celebre poeta Bashô ed "assemblato" da alcune delle più rinomate firme del panorama giapponese indipendente (i già citati Kuri, Kawamoto, Yamamura e molti altri), di spettacolo (Takahata medesimo, che omaggia Bashô anche in Yamadas), europea (Alexandre Petrov, Yuri Norstein, Raoul Servais e altri) e canadese (Jacques Drouin) il film si colloca sicuramente tra le sperimentazioni più audaci degli ultimi anni, non nascondendo la sua natura "colta" e un po' narcisista ma al tempo stesso sforzandosi di portare l'animazione di ricerca formale all'attenzione di quel pubblico che non ha ancora avuto occasione di conoscerla e capirla. Se un film può dirla lunga sulla linea di demarcazione che separa l'animazione d'autore da quella commerciale (linea che io credo essere precisa ed evidente) allora la candidatura di Fuyu no hi a questo ruolo è certa, con i suoi trentasei diversi approcci al mondo della narrazione per immagini e suoni. Il documentario che ha fatto seguito al film, nel quale hanno modo di parlare tutti gli autori, si presenta poi come un valido preambolo esemplificativo ad una seconda visione del film stesso, necessaria proprio perché di difficile ed insolita fruizione.
Se all'organizzazione del festival possono andare solo i nostri complimenti ed auguri, un piccolo rimprovero può invece essere mosso nei confronti di chi stava (o meglio, non stava) davanti allo schermo. Dopo la "critica urlante" tornata in auge con l'ultimo Festival di Venezia (ben inteso: non che i genitali al vento di Accorsi e della "placida" Violante non si meritasse una grassa risata), a Chiavari si è dovuto fare i conti, perlomeno nei primi due giorni, con la "critica assente". L'impressione dominante è che in questo primo anno siano mancate proprio le due frange "estreme" del pubblico designato per questo tipo di festival: gli otaku (è un complimento ? Un insulto? Dato che questa parola esiste me ne servo comunque volentieri…) da una parte e, appunto, la critica specializzata dall'altra. A riempire la raffinata sala del Teatro Cinema Cantero è stata principalmente una popolazione di onnivori di cinema oltre agli immancabili ma sempre ben accetti curiosi. Dov'erano i giornalisti? I docenti di storia del cinema (d'animazione)? I direttori degli altri festival specializzati e tutti gli addetti al settore? Dov'erano quelli che questo tipo di evento lo dovrebbero seguire e sostenere? Cogliendo magari l'attenzione per dare la propria "benedizione" all'anteprima del DVD che inaugura una nuova collana italiana (diretta da Gianluca Aicardi) interamente dedicata all'animazione d'autore e che esordisce nientemeno con il fondamentale Tale of the tales di Yuri Norstein. E dov'erano i cosiddetti "fanatici di manga e anime"? Quelli che sovrastano i meandri del web con siti amatoriali troppo spesso dozzinali e anoressici di vero contenuto, pronti a spendere una lacrimuccia per "quel" Totoro o "quella" Heidi in nome di chissà quale rimembranza giovanilistico-infantile ma poi così facilmente inclini alla fuga quando all'oggetto del proprio amore ci si deve avvicinare con spirito analitico e non meramente emozionale. E dire che la presenza del sensei Takahata sembrava essere di forte richiamo per questo target...
Per fortuna ci sono quelli come Marcin Gizycki che non si scoraggiano davanti all'assenteismo di domande durante una conferenza sull'animazione polacca (Torino, lì 4/10/ 2002) e fanno volentieri ritorno in un paese (l'Italia) che l'animazione non la capisce ancora più di tanto, oppure il già citato Yamamura che l'animazione vera - quella che il collega Tarò chiamerebbe "etica" - la producono e la promuovono scontrandosi magari con l'ostilità del medium televisivo e con l'universalità - universale perché di più facile fruizione - del fotorealismo post-Disneyano. E' proprio davanti ai film fuori dagli schemi come Fuyu no hi, di un valore didattico e artistico notevole, comprendiamo che - parafrasando Giannalberto Bendazzi - con tutto il bene e la stima che possiamo volere a Disney e agli anime è giusto vedere e conoscere anche un altro tipo di animazione. Alle future edizioni del Festival di Chiavari, così come agli altri pochi eventi che in Italia si occupano dell'argomento, è affidato il compito di perseguire questa nobile crociata.
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