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Kawase Naomi

Profilo

Nasce a Nara nel 1969. Viene presto abbandonata dai genitori ed affidata ai nonni materni. La mancanza della figura paterna segnerà costantemente il suo lavoro di regista, sia nei primi lavori in 8mm, che spesso si configurano proprio come una ricerca di tale figura (sin da Papa's Ice Cream, del 1988, per arrivare ad Embracing, del 1992), sia nei lungometraggi a soggetto, che ruotano tutti intorno ad un'assenza che stravolge la vita dei protagonisti. Regista più per necessità istintiva che non per passione cinefila, giunge alla macchina da presa attraverso gli studi di Fotografia presso la Scuola di Specializzazione Fotografica di Osaka. La maggior parte dei corto e mediometraggi girati tra il 1988 e il 1997, pur con incursioni molto interessanti nel mondo della finzione (The girls' daily bread del 1990, White moon del 1993 ), costituisce un solido corpus concernente il mondo che circonda la regista, quasi una sorta di videodiario dalla struttura nient'affatto lineare, ma piuttosto volta a sottolineare la circolarità della vita umana, che si va perfettamente ad inserire in una natura ciclica, continuamente in campo. Non solo Naomi "registra" ed "archivia" l'universo che la circonda, ma testimonia continuamente la propria presenza in esso, entrandovi attraverso la propria ombra, le proprie foto, il proprio riflesso, il proprio nome ripetuto con insistenza, quasi per paura di scomparire ed affermare con insistenza un'esistenza, una vita. Vertici di questo progetto autobiografico pieno di rimandi e suggestioni, estremamente toccante per la capacità della Kawase di portare tutta se stessa in campo rivelando talvolta momenti gioiosi, talvolta tappe molto dolorose della propria esistenza, sono il già citato Embracing (Menzione speciale FIPRESCI allo Yamagata International Documentary Film Festival), incentrato sulla ricerca dei luoghi dell'infanzia e sull'incontro con il padre; Katatsumori (1994, Premio d'Eccellenza allo Yamagata International Film Festival), che esprime senza mai dichiararlo, il grande affetto che prova per la prozia materna che l'ha allevata; Kyakarabaa (2001), miscela di verità e finzione con la quale la regista cerca di andare oltre l'oppressiva assenza/presenza del genitore. Oltre alle pellicole autobiografiche, alle quali si affiancano interessanti esperimenti come Mangekyo (1999) e il commovente Dance of memory (2001), la regista ha tuttora realizzato solamente tre lungometraggi a soggetto, tutti molto apprezzati ai festival europei. A portarle l'attenzione mondiale è il pluripremiato Suzaku (1997), opera forse ancora acerba ma intensa e pregnante, un'ulteriore variazione sui temi della tradizione, della famiglia e della perdita cari alla regista. Altrettanto lancinante � il successivo Hotaru (2000), premiato a Rotterdam, riflessione più matura su di un'umanità che cerca di sopravvivere reagendo al dolore. E' tuttavia con il successivo Sharasouju (2003), nel quale compare anche come una dei protagonisti, che il cinema della regista trova quello che finora è forse il suo risultato più alto, fondendo con un equilibrio miracoloso finzione ed autobiografia, con un'intensità ed una forza espressiva che non lasciano tregua.

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