Profilo
Formatosi attraverso gli studi alla Tokyo Academy for Visual Arts, praticando parallelamente l'attività di regista pubblicitario per la televisione, Ichikawa Jun esordì nel mondo del cinema con Bu-su (1987), disincantato ritratto di una ragazza solitaria e introversa. Fin dal primo lungometraggio infatti il regista, nato a Tokyo nel 1948, ha volto il proprio sguardo verso personaggi - spesso adolescenti - al limite dell’emarginazione: il tassista nevrotico e lo scrittore folle di Tadon and Chikuwa (1998) - film nel quale tra l’altro si dispiega tutta l’ironia dell’autore -, oppure il vagabondo di Tokyo Lullaby (1997), ancora la timida protagonista di Tokyo Marigold (2001). Il suo stile si caratterizza per la profonda sensibilità figurativa e coloristica, frutto evidente degli studi di pittura e fotografia, per la discrezione con cui egli sembra pedinare i propri protagonisti nel tentativo di registrare, di fermare, qualche gesto che ne tradisca l’intimità. Quello di Ichikawa infatti non è un cinema di impatto spettacolare o di impennate drammatiche, piuttosto i suoi racconti tendono ad essere delle cronache distaccate ed imparziali; non a caso a proposito di Dying at a hospital (1993), film sui malati terminali di cancro tratto da un’opera letteraria, si è parlato di documentarismo. Coadiuvato alla sceneggiatura da Mitani Koki, il regista si è cimentato anche nel dramma storico con Ryoma’s Wife, Her Husband and Her Lover (2002). Dopo i riconoscimenti ottenuti a Berlino e a Montreal, la definitiva consacrazione internazionale è arrivata con la partecipazione al festival di Locarno dell’ultimo lungometraggio, Tony Takitani (2004), ulteriore seishun eiga (film sui giovani), caratterizzato da un particolare lavoro sulle ambientazioni, a detta del regista stesso ispirate a Dogville di Lars Von Trier; in cui la tematica della «diversità» cristallizza nell’esotico nome del personaggio. (Luca Manfrin, 14/9/2004).
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