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The old crocodile |
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Trama Un coccodrillo centenario soffre di reumatismi e non è più in grado di procacciarsi il cibo. Perduto il rispetto della sua famiglia per aver mangiato un proprio discendente, è così esiliato dalle rive del fiume Nilo. Nelle acque del Mar Rosso fa amicizia con una giovane piovra che, mossa da naturale compassione, si adopera per procurargli ogni giorno il pesce necessario a sopravvivere. Una notte il coccodrillo non riesce a dominare il proprio istinto, si avvicina alla piovra dormiente e stacca a morsi uno dei suoi tentacoli. Dal momento che la piovra non se ne accorge, la cosa si ripete nelle notti successive… |
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Credits Titolo originale: Toshi wo totta wani (t.l.: Il vecchio coccodrillo) Regia, sceneggiatura, montaggio: Yamamura Kōji, dal racconto illustrato Histoire du Vieux Crocodile di Leopold Chauveau Disegni: Yamamura Kōji e Arai Chie Voce narrante inglese: Peter Barakan Durata: 13’ Animazione Anno: 2005 |
Commento Il portavoce dell’animazione indipendente Yamamura realizza un’opera sobria, distaccata, assolutamente monocorde nel ritmo, e al limite dell’apatia, assai diversa quindi dal film che tre anni prima l’ha portato all’attenzione della critica. Se in Mt. Head la voce narrante da rakugo ci induceva, con le sue smorfie e i suoi trilli, ad una certa compassione per il personaggio del mangia-ciliegie (con cui il coccodrillo condivide il tratto della meschinità e dell’ingordigia) qui, l’inglese accademico, pacato e ben scandito dello speaker contribuisce a farci astenere da qualsivoglia partecipazione emotiva. Siamo nel territorio della favola e quindi della narrazione più esplicitamente a-psicologica alla maniera della Rana e dello Scorpione. Anche nella grafica il film è piuttosto distante dalle precedenti prove dell’autore: un inchiostro piatto, bidimensionale, di una monocromia vagamente seppia (o papiro) animato in maniera piacevole ma fin troppo essenziale e con un protagonista che passa dal nero al rossastro senza (apparente) motivo. È francamente poco chiaro quale che sia l’intento dell’autore – sia sul piano della forma che del contenuto - ma forse il valore del film è da cercarsi proprio nella sua atipica e sottile ambiguità. Diversamente dalla parabola “classica” infatti The old crocodile non veicola lo spettatore verso un giudizio facile e, per così dire, universalmente accettabile, offrendogli invece un più ampio parco di interpretazioni. Il vecchio coccodrillo è sì avido e incurante del prossimo ma questo carattere parrebbe dovuto alle pesantezze della sua troppo longeva vita, come a dire che i suoi occhi hanno visto troppe cose perché possa ancora prova emozioni e avere ideali: quando il suo branco lo aggredisce egli non si difende ma evita passivamente la morte grazie allo spessore della sua pelle. Gli altri coccodrilli potrebbero non essere migliori di lui dal momento che quando il filicidio viene commesso un membro del gruppo è lì vicino a fingere di non vedere. La piovra è buona e compassionevole ma il fatto che non sappia nemmeno contare i propri tentacoli potrebbe (il condizionale è d’obbligo) volercela configurare più nell’ottica dell’ingenuità e più precisamente di quell’ingenuità che fa gola agli approfittatori. La ripetizione (topos già frequentato da Yamamura) del furto dei tentacoli si presta inoltre ad una lettura ancora più attuale, rinviando facilmente ai fenomeni di dipendenza dell’era moderna da cui l’uomo non riesce a rifuggire. Il finale poi ha un che di Ser Ciappelletto: come accade nella prima novella del Decamerone, il protagonista, dopo aver dato prova di reiterata meschinità, è innalzato al ruolo di dio/feticcio da una popolazione tribale che lo accoglie per di più con un sacrificio umano, che per il coccodrillo corrisponde all’ennesimo pasto immeritato. Nella vita non c’è limite al peggio. Forse la parabola di Yamamura vuol dirci solo questo. (Stefano Gariglio) |
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Giudizio: |
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