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In Primo Piano: 23° Torino GLBT Film Festival

J-ENDER: BIG BANG LOVE IN JAPAN

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Nel contesto di un festival che si/ci interroga sull’opportunità stessa del concetto di “genere”, abbiamo voluto proporre una selezione di titoli e registi, dagli anni 60 a oggi, che abbiamo ritenuto significativi, non solo per mettere in luce l’evoluzione della rappresentazione dell’omosessualità al cinema, secondo modelli spesso originali e inediti in occidente, ma anche per sottolineare come lo “slittamento” di generi, la loro contaminazione, fino alla completa ricodifica “autoriale”, sia una cifra della storia del cinema giapponese, in particolare a partire dagli anni 60.
Così Ichikawa Kon, riscrive una storia tradizionale del teatro giapponese, che vede protagonista un’onnagata, cioè l’attore che riveste i ruoli femminili nel teatro kabuki, con una messa in scena stilizzata come un quadro pop e Masumura Yasuzo, con Tanizaki, gioca con i codici del melodramma giapponese, per mettere i discussione i valori della società tradizionale in nome della liberazione delle passioni individuali, che ha caratterizzato tutta la cosiddetta Nouvelle Vague giapponese. Così in Oshima Nagisa, la pulsione sessuale è strumento di resistenza alla rinuncia dell’Io  imposto dai codici comportamentali della più alta tradizione giapponese, quelli dello shudo e della mitica Shinsen-gumi  di Gohatto.
In Matsumoto Toshio, libertà sessuale equivale a completa libertà formale, avanguardia, trasformazione e ribaltamento di codici e canoni narrativi. Allora anche il destino di Edipo-Eddie-Peter si ribalta e diventa “ucciderai tua madre e giacerai con tuo padre”.
Negli anni 80 si torna, ovvero si continua, a confrontarsi con generi e produzioni di serie, come i Pinku Eiga o i Roman Porno della Nikkatsu, che nel dare poche precise e rigide regole produttive (quali durata, numero di scene di sesso, budget, e poco altro), lasciano totale libertà formale e stilistica al regista. Così Nakamura Ganji può prendersi gioco della milizia di Mishima, al grido di “fate l’amore e non la guerra”, in quello che è il primo Pinku Eiga gay della storia del cinema, e Sato Hisayasu può omaggiare il Pasolini più radicale, in un film SM oscuro e rarefatto.
Negli anni 90, Oki Hiroyuki, a cui è dedicato un omaggio speciale con 5 film in programma, passa dal Pinku al diario filmato, fatto di frammenti muti di realtà, suoni e musica, senza una vera soluzione di continuità, costruendo un universo omogeneo incatalogabile, che affonda le sue radici ad alcune esperienze pseudo-documentaristiche, che forse si possono far risalire a un Mekas o un Brackage, ma che certamente in Giappone assumono forme originali e inedite.
Negli anni 90, la rappresentazione dell’omosessualità al cinema si fa più naturalistica, non più esclusivamente legata al mondo queer e trans dei locali si Shibuya. Ed è Hashiguci Ryosuke forse il primo a raccontare quotidiane storie d’amore di adolescenti o poco più (ovvero “Dell’incapacità di amare”), in un film completamente autoprodotto grazie al contributo dello straordinario Pia Film Festival di Tokyo. E per la prima volta Kojima Yasushi, da giovane studente di cinema ancora da diplomare, sente il bisogno e riesce a raccontare il mondo omosessuale di Osaka in un documentario estremamente raro e significativo, al di là del primato cronologico.
L’omosessualità non è più, quindi, (solo) fenomeno di colore, e diventa questione di sentimenti, così la vicenda di 5 uomini disperati raccontata da Ishii Takashi è allo stesso tempo una discesa agli inferi e una (ri)scoperta dei propri desideri più profondi: la messa in scena è iperpop ma la tragicità dei sentimenti è vera. Lo stesso discorso si può fare per Miike Takashi in anni ancora più recenti: è un’esplosione d’amore.
Un discorso a parte, per questo lasciato in calce, va fatto per gli anime. Ne proponiamo 4+1: 4 i film d’animazione yaoi, un genere indirizzato sostanzialmente ad un pubblico femminile, che fiorisce a metà degli anni 80 su fanzine che pubblicano manga di e per donne; +1 è la Lady Oscar di Jacques Demy, curiosa e inedita operazione produttiva tutta giapponese, che traspone per il grande schermo e in carne ed ossa (+1 perché non è un anime, ma quasi) la donna transgender più famosa della storia.

Luca Cechet Sansoé

 

 

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