Venezia 60. vista da Giacomo Calorio
Da un po di anni si dice che il cinema orientale sbanchi a Venezia, e in questa sessantesima edizione sono due Giapponesi a tornare a casa con un premio: Kitano per il suo Zatoichi, e Asano Tadanobu per la sua interpretazione in Last life in the universe del regista tailandese Pen-ek Ratanaruang. In entrambi i casi si è trattato di ottimi film, capaci di mettere daccordo pubblico e critica, ma limmagine di cinema asiatico che emerge dal festival più famoso dItalia è un po più variegata, anche se non sempre attendibile.
Se a contendersi il posto di secondo peggior film (il primo va allirritante 29 palms di Dumont) sono effettivamente tre pellicole dorigine asiatica (lindiano Matrubhoomi, il coreano Na-bi e Floating landscape da Hong Kong), è anche vero che alcune delle opere migliori sono di autori orientali. Giapponesi a parte, a tenere alta la bandiera dellestremo oriente, sono Tsai Ming Liang con il superbo Bu-san, purtroppo ignorato dalla giuria e in assoluto uno dei film più belli visti al festival, e Pen-ek Ratanaruang, autore di Last life in the universe, una coproduzione nippo-tailandese che sposta Asano Tadanobu e un Miike doppiamente citato, in uno scenario tailandese che ha il sapore dellOkinawa di Kitano, nellatmosfera sospesa di una villa caotica e semideserta. Il film perde un po verso la fine, quando la citazione e lomaggio a certo cinema giapponese si fanno troppo espliciti e lincanto della villa viene interrotto, ma si tratta di unopera senzaltro molto affascinante e che merita una certa attenzione, nella speranza che il regista sappia produrre, in futuro, pellicole più personali, oppure superare sul suo stesso campo il cinema al quale qui si rifà.
Altra opera apprezzabile è il dramma familiare A good lawyers wife, del coreano Im Sangsoo, un bel film che mette in scena lamaro congelamento dei rapporti familiari con una buona dose di ironia e cattiveria. Grande linterpretazione di Moon Sori (premio migliore attrice lanno scorso con Oasis) che, grazie anche allottima regia, ci regala le uniche sequenze veramente erotiche nel mare di sesso algido (vuoi per intenzione dei registi, vuoi per incapacità degli stessi) visto durante il festival.
Peccato che Venezia non abbia saputo selezionare altrettanto attentamente le opere di genere (normalmente pane del Far East Film Festival di Udine): se Floating landscape di Carol Lai Miu Suet, con tutta la sua tenerezza e carineria, è di una banalità disarmante e va contro ogni logica narrativa, Na-bi di Marc Kim, un risibile drammone leccato in stile post Hong Kong, riesce addirittura ad essergli peggiore. Con tanto cinema di qualità (non solo dautore è questo a non trasparire a Venezia) prodotto nei due paesi sopra citati, cè da interrogarsi sul motivo di tali presenze al festival. Anche lIndia non ha portato lavori migliori, con un noioso In the forest again di Goutham Gose, e con il misteriosamente acclamato Matruboomi di Manish Jha, un film dalla regia maldestra e scontato in ogni suo aspetto, tranne nel suo associare malamente una tragica storia di denuncia con momenti di comicità pecoreccia.
Per quanto riguarda il caso del Giappone, invece, penso che (con qualche riserva) ci si possa ritenere soddisfatti: i film giapponesi, pur non appartenendo a quelle opere che mi sentirei di candidare ad un qualsiasi primo posto, hanno avuto la fortuna di non fare parte di quelle che vorremmo immediatamente dimenticare. La selezione di film nipponici è stata, se non esaltante, per lo meno dignitosa, riscuotendo anche un notevole successo di pubblico (per lo meno nel caso di Kitano).
Su tre pellicole, almeno due erano molto attese da chi si interessa di cinema giapponese. La prima ad essere proiettata sugli schermi veneziani è stata Antenna di Kumakiri Kazuyoshi, già regista dello sconvolgente Kichiku dai enkai, e dellapprezzabile Hole in the sky. Lattesa è stata in parte delusa, purtroppo. Al suo terzo film, Kumakiri non abbandona la durezza delle tematiche che già caratterizzavano le sue opere precedenti, e ancora una volta decide di narrare la tristezza e il dolore dei protagonisti con uno stile lento, solenne, austero. Tutto ciò viene però malamente diluito nelle due ore di film: il finale sembra non giungere mai, e si ha limpressione che Kumakiri abbia messo un po troppa carne al fuoco. Pur essendo il meno valido dei film giapponesi passati al festival, non si tratta esattamente di un pessimo lavoro: le capacità di Kumakiri si fanno notare nella regia posata e nella capacità di spingersi ai bordi dellindicibile mantenendo unausterità di sguardo che gli consente di non cadere nel morboso. Più di una manciata di sequenze valgono la visione del film, e la confessione catartica al cospetto della regina sadomaso ha fatto rizzare sulla sedia il pubblico assopito dalleccessiva lentezza della prima parte. Sono però alcuni momenti, quasi imbarazzanti (tutti i riferimenti allantenna del titolo, la presenza di personaggi non pienamente riusciti e francamente un po inutili), a lasciare perplessi sulleffettiva qualità del film. Unopera che poteva essere interessante (per quanto non troppo originale), si trasforma così in una pellicola discontinua, che non regge la propria durata. Attendiamo il prossimo lavoro per vedere le capacità del regista meglio sfruttate.
Laltra pellicola da cui ci si aspettava molto è naturalmente Zatoichi di Kitano Takeshi, forse levento più atteso di tutto il festival, causa di interminabili code e di numerose repliche. Dopo il Leone doro ad Hana-bi, con il successivo sbarco nelle sale doccidente, la presenza di un film di Kitano contenente gli elementi più visibili e decantati del suo cinema (la violenza, il sangue, la comicità), uniti allambientazione depoca, è già un successo annunciato. Annunciato e, a mio avviso, un po affrettato. Zatoichi è stata valutato per il suo effettivo valore, o per quello molto maggiore dei precedenti lavori di un autore che sembra essersi assestato? È un paradosso abbastanza comune, quello che alcuni registi vengano premiati in ritardo rispetto ai loro film di maggior valore (penso che la cosa riguardi anche il premio a Snake of June di Tsukamoto, lo scorso anno). Se nera già parlato alla premiazione di Hana-bi, da alcuni ritenuto inferiore a Sonatine e ad altri lavori precedenti. Se nera riparlato poi con Brother e Dolls, che hanno raccolto i frutti della Kitano-mania pur essendo film riusciti a metà.
Francamente, non mi sento di discostarmi troppo da questa linea: pur essendo (forse) il miglior film giapponese a Venezia, Zatoichi è stato una grande delusione. È il primo film di Kitano a non commuovermi, a lasciarmi freddo, fatta eccezione per il pirotecnico (e geniale) finale. Un film girato benissimo, fotografato stupendamente, ricco di trovate divertenti e visivamente suggestive, eppure Eppure il migliore Kitano pare diluito: ciò che fino a Kikujiro costituiva pienamente il cinema del regista, qui non compare che sporadicamente, si spera non per scelta obbligata o come puro marchio di fabbrica. Penso che il problema di Zatoichi, sia individuabile nel fatto che Kitano sembra aver pian piano "imparato" a girare, diventando un regista abile, un maestro del mestiere con grande padronanza del mezzo cinematografico, ma anche un autore più anonimo e freddo del Kitano degli esordi. Come se avesse abbandonato in parte quel tratto naif, quel rifiuto delle regole del cinema, quella freschezza dimprovvisazione che lo hanno reso probabilmente il regista giapponese più importante degli anni Novanta. Forse, dato che Zatoichi si rifà ad un certo tipo di cinema popolare, tutto ciò è voluto (è probabilmente il film è prolisso non per colpa di Kitano, dato che si tratta del suo primo film, dopo Violent cop, a non essere sceneggiato da lui stesso), ma non posso nascondere un filo di delusione e il sospetto che Takeshi stia giocando un po troppo coi clichè del proprio cinema e quelli del cinema giapponese che più attirano il pubblico occidentale.
In fin dei conti, però, anche se il regista pare aver acceso la sua candela da due parti già dagli esordi, lentusiasmante finale di Zatoichi, così come la scena dei contadini che zappano, dimostra che la cera di Kitano non è affatto esaurita. Per questo, aspetto fiducioso un nuovo Il silenzio sul mare.
Fra tutte queste attese, la pellicola che mi ha più sorpreso è stata quella dalla quale meno mi sarei aspettato, vale a dire Vibrator di Hiroki Ryuichi. Non nascondo di essere entrato in sala con un certo pregiudizio riguardo al titolo, pensando di trovarmi di fronte a qualche variante di sesso estremo alla giapponese o ad un parente in ritardo di Tetsuo. Tuttaltro: a partire dal titolo, che si riferisce al cellulare della protagonista, che vibra sul suo cuore come a segnalare linizio di un amore, il film aggira a poco a poco il proprio guscio da pinku eiga (la povertà di mezzi, le scene a sfondo sessuale già dopo pochi minuti dallinizio), per rivelarsi unopera delicata, profonda, caratterizzata da un tatto formidabile nei confronti del desiderio sessuale e della disperazione di sentirsi soli. Certo, latmosfera da diario intimo tipicamente giapponese sembra un po di maniera, ma le didascalie che punteggiano il corso del film, rivelandoci i pensieri più profondi della protagonista, donano al film una grazia struggente. Il segmento che va dalla scena della vasca a quella splendida del ristorante è, a mio parere, una delle cose più belle viste a Venezia, così come linterpretazione della bravissima Terashima Shinobu nei panni della protagonista. Peccato che, a rovinare questo piccolo gioiello, compaiano qua e là tremendi inserti da road movie, che riprendono dallalto il camion su cui i due protagonisti viaggiano, accompagnati da altrettanto inopportune canzoni. Tali inserti, più alcuni momenti nei quali il film si inceppa un po troppo a lungo, costituiscono quella mezzora senza la quale Vibrator sarebbe stato forse un modesto e inatteso capolavoro.


