Torino Film Festival 2003 - Giappone in bianco & nero
Hako (The Box)
Giappone, 2003, 16mm, 67', b/n
Regia, soggetto, sceneggiatura, musica: Nakajima Kanji
Assistente alla regia: Ishigami Jynichi
Fotografia: Nakajima Kanji, Yamaoka Kazuma
Scenografia: Katsuta Akira, Cho Takayuki, Nakai Toshiaki, Aiba Emiko
Interpreti: Hayashi Koichi, Yamazaki Shigenori, Masaki Chie, Miura Tom
Produttore: Kobayashi Yoshikazu
Contatti: Nakajima Kanji, Kanagawaku Yokohama-City
Tatakau Heitai (Fighting Soldiers)
Giappone, 1939, 16mm, 66, b/n
Regia, montaggio: Kamei Fumio
Assistente alla regia: Segawa Junichi
Fotografia: Miki Shigeru
Musica: Koseki Yuji
Suono: Kanayama Kinjiro
Produttore: Matsuzaki Keiji
Produzione: Culture Films Department, Toho
Nonostante lassenza di Nipponica anche questanno il Torino Film Festival ha proposto alcuni interessanti film di marca nipponica, a cominciare ovviamente dallomaggio al maestro di yakuza-eiga, Fukasaku Kinji. Altri film, come Hako (id.)o, ancor più, Soldati in guerra (Tatakau Heitai), potevano invece risultare un po meno evidenti e immediati allo sguardo dello spettatore festivaliero.
Unico film giapponese in concorso, Hako, del giovane Nakajima Kanji (1970; Kouchi), è un piccolo film di appena 67 minuti girato in 16 mm, strano e coraggioso. Al suo secondo lungometraggio, dopo Hagane (1994), Nakajima Kanji propone unidea di cinema molto personale strumento e interprete, allo stesso tempo, di una poetica espressiva ai limiti della sperimentazione.
In un tranquillo villaggio, un anziano artigiano racconta a due bambini di aver trascorso la vita ad ascoltare le pietre per dare forma ai loro desideri. Ora, però, confessa di essere in pensiero per una di queste una scatola nera che trascorre il tempo a rotolare per le strade e dentro le abitazioni registrando le memorie delle persone e gli eventi di quel posto perché ritiene di non essere ancora riuscito a soddisfarne i desideri. In breve nel villaggio, dove tutto sembrava immobile, qualcosa cambia con la morte del vecchio, la caduta dellunico albero ancora in vita, la rottura della scatola da parte di un divertito matto...


Nakajima sceglie di raccontare una storia già di per sé surreale semplificando il racconto ai minimi termini: la monocromia accesa, fatta di forti contrasti che non lasciano quasi spazio ai grigi, riduce i personaggi a delle macchie di luce e ombra; le coordinate spazio-temporali disegnano vie di fuga spaziali e narrative, cosicché alberi e paesaggi, come in un quadro di Mondrian, sono fatalmente ridotti a semplici linee orizzontali e verticali. La storia è ambientata in un tempo indefinito, dove il presente sembra essere un tempo morto e di morte: lalbero malato, la donna agonizzante, la ragazza che pianta fiori artificiali in un fazzoletto di terra ormai sterile. Solo il genio di un matto e lingenuità creativa di due bambini possono rinnovare il rapporto naturale-artificiale, uomo-tecnologia liberando questultima dalla dipendenza e subordinazione alluomo. Loggetto diventa soggetto, linorganico si fa organico, e assume su di sé i caratteri di un esistente vero e proprio capace di interagire con gli altri personaggi, muoversi autonomamente salvo poi scegliere di allontanarsi per sempre. Autore indipendente a 360 gradi(come il miglior Tsukamoto), Nakajima riflette sul futuro delluomo attraverso gli occhi di una scatola, una sorta di portato dei desideri delluomo, specchio dellanima senza lo sguardo antropocentrico e apocalittico di tante visioni. Tutto nel film resta misterioso e indefinibile una volta per tutte. Unica traccia chiara quella dei binari sul terreno percorsi dalla pietra neo-nata che vediamo allontanarsi lentamente. Seguirla o perdersi in una sensazione di impalpabile incompiutezza? Il regista sembra lasciare allo spettatore la scelta.
Unaltra piacevole scoperta del festival è stato Soldati in guerra (Tatakau Heitai), un piccolo film del 1939 di Fumio Kamei un regista praticamente sconosciuto in Occidente. Fumio Kamei (1908-1987) si affermò come documentarista alla fine degli anni Trenta dopo aver studiato pittura e cinema a Leningrado. Nel 1939, durante il conflitto nippo-cinese, il Ministro della difesa giapponese gli commissionò un lavoro per documentare le operazioni belliche giapponesi nella regione dello Wuhan. Inviato al fronte con una piccola troupe della quale faceva parte anche il cameraman Shigeru Miki noto per aver lavorato con Mizoguchi in White Threads of the Waterfall (Taki No Shiraito; 1933) , Fumio seguì lesercito nipponico cercando di catturare la drammaticità della situazione, fatta di soldati sempre più stanchi e demotivati nonostante lavanzata.
Senza narrazione e ricorrendo solamente a immagini, suoni e musica, in Soldati in guerra le azioni belliche vengono raccontate attraverso il boato dei colpi di fucile e dei cannoneggiamenti provenienti dai combattimenti, lasciati sullo sfondo e riducendo i soldati a delle piccole macchie nere. La mdp non è piegata ad un uso di aperta denuncia politica della guerra, ma indugia sui volti e sui gesti delle persone che incontra per farne emergere le conseguenze, gli effetti distruttivi. Effetti resi ancor più chiaramente da un montaggio connotativo delle didascalie, le cui parole sono in stridente contrasto con le immagini mostrate.
Inutilizzabile per una propaganda patriottica, il film venne proibito dalle autorità. Data per dispersa, la pellicola fu ritrovata solo nel 1975. Nonostante il controllo governativo sempre più stretto sui media, Fumio continuò nel suo tentativo di documentazione oggettiva della realtà sociale e dopo luscita di alcuni film che dovevano documentare il turismo nella prefettura di Nagano e invece raccontano delle tristi condizioni dei contadini venne incarcerato per un anno e poté ricominciare a realizzare film solo alla fine degli anni Quaranta, alternando documentari a film di finzione sempre comunque attenti alla realtà sociale del suo Paese.
Distanti più di mezzo secolo, Hako e Soldati in guerra sono esempi di due personalità registiche, Nakajima Kanji e Fumio Kamei, che hanno fatto della loro indipendenza produttiva e creativa una coerente cifra di identificazione artistica.
Cinzia Chiarion
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