Torino Film Festival 2003 - FANTASMI DALL'EST
Hako (The Box)
Giappone, 2003, 16mm, 67', b/n
Regia, soggetto, sceneggiatura, musica: Nakajima Kanji
Assistente alla regia: Ishigami Jynichi
Fotografia: Nakajima Kanji, Yamaoka Kazuma
Scenografia: Katsuta Akira, Cho Takayuki, Nakai Toshiaki, Aiba Emiko
Interpreti: Hayashi Koichi, Yamazaki Shigenori, Masaki Chie, Miura Tom
Produttore: Kobayashi Yoshikazu
Contatti: Nakajima Kanji, Kanagawaku Yokohama-City
JU-ON: THE GRUDGE 2
Giappone, 2003, 35mm, 95', col.
Regia, soggetto, sceneggiatura: Shimizu Takashi
Fotografia: Kikumura Tokusho
Scenografia: Tokiwa Toshiharu
Montaggio: Takahashi Nobuyuki
Musica: Sato Shiro
Suono: Komatsu Masato
Interpreti e personaggi: Sakai Noriko (Harase Kyoko), Niyama Chiharu (Miura Tomoka), Horie Kei (Yamashita Noritaka), Ichikawa Yui (Chiharu), Katsurayama Shingo (Okuni Keisuke)
Produttore: Taka Ichise
Produzione: OZ
Distribuzione: Kadokawa Shoten Publishing Co., LTD, Horizon Entertainment LTD.
Un oriente particolarmente spettrale, quello che emerge dall'ultima edizione del Torino Film Festival, il quale ha supplito alla mancanza della sezione Nipponica con opere di buon livello sparse qua e là nelle diverse sezioni del festival. Opere, si diceva, nelle quali ricorrono spesso presenze fantasmatiche, ad evidenziare il profondo ed intimo rapporto con la morte che permea le culture asiatiche, rapporto al quale in questi ultimi anni il cinema pare aver dedicato uno spazio particolarmente ampio. È interessante notare la varietà di raffigurazioni dei fantasmi, che assumono forme spiccatamente differenti da un'opera all'altra: si va dalle apparizioni eteree di Sokurov all'iconografia di genere di Juon 2 , con i sanguinari bakemono di Kayako e figlio che riprendono i clichè dello psycho-horror giapponese.
Probabilmente, la più struggente e affascinante rappresentazione della morte in terra giapponese ci viene regalata proprio dal Sokurov di Elegia orientale , che ci catapulta in una dimensione onirica di un lirismo stupefacente. Il protagonista del film si ritrova improvvisamente in un Giappone immerso in una nebbia fitta e palpabile, in un minuscolo villaggio di una terra senza tempo abitato solo dagli spiriti offuscati di paesani morti anni addietro. Il regista interroga questi personaggi sulla loro vita e sulla morte, ottenendo come risposte la constatazione di non aver conosciuto la felicità durante l'arco della propria esistenza, e speranze di reincarnazione in forme vitali, come un albero carico di frutti, che appare a concludere una pellicola che è tutta un fantasma, un'ombra, un'apparizione nella nebbia; pare di trovarsi sulla nave del vecchio marinaio di Coleridge, della cui opera si respira la stessa aria pesante, fosca, e dal quale il regista sembra quasi mutuare l'intimo legame tra l'uomo e l'universo che lo circonda.
Un fantasma (o forse due) è anche al centro di A room to let , di James Lee, interessante film malesiano girato in betacam. I riferimenti al cinema (e ai fantasmi) di Tsai Ming-Liang sono più che evidenti per quanto riguarda personaggi, ambientazioni, situazioni, e ironia, ma Lee concede maggior spazio al dialogo e al grottesco. La prima parte della pellicola, che vede Berg giungere a Kuala Lumpur e lì condividere una stanza con un ragazzo appena conosciuto per la strada, pare tutta incentrata sugli incontri del giovane protagonista con gli altri bizzarri inquilini: la parte migliore del film consiste proprio nei dialoghi con questi, attraverso i quali emerge, da angolature diverse, la figura di un uomo che abitava lì tempo addietro ma scomparso poco prima di sposarsi, una presenza fantasmatica di cui non vediamo null'altro se non il modo in cui la sua esistenza ha influito, in maniera diversa, su quelle degli altri personaggi. Nella seconda parte, a questa presenza eterea si sovrappone l'incontro del protagonista con un vero e proprio fantasma di una ragazza (una figura assolutamente concreta e normale), che prende vita nel gabinetto della casa fatiscente. Dopo tale incontro, le esistenze degli inquilini subiranno un brusco cambiamento, i segreti verranno a galla, e inizierà un progressivo svuotamento della casa, la cui esistenza sembrava già da prima confinata in una sorta di stato limbico. Come già in Che ora è laggiù? di Tsai, il film di Lee ironizza sulle possibilità della religione di porsi come legame (o come barriera) tra i due mondi e accentua la prossimità tra vivi e morti facendo vestire gli stessi panni agli uni e agli altri e facendoli incontrare nei luoghi che, pur nella desolazione generale (la casa stessa pare un fantasma) hanno il sapore della più semplice quotidianità: il tavolo della cucina e il bagno.





Meno esplicite le presenze spettrali in Corea: nelle opere di Kim Ki-Duk e Joon-Ho Bong non ci sono morti che tornano in vita, semmai vivi che si muovono come fantasmi, che scatenano illusioni, che ritornano continuamente indietro a tormentare le vite degli altri personaggi, anche quando dovrebbero essersene già andati. Sono i fantasmi del passato, come quelli di Memories of murder , un piacevolissimo (e nient'affatto scontato come pare a prima vista) thriller, compatto e scorrevole, forse non sorprendente ma di certo privo di quella pesantezza alla quale i sudcoreani tendono spesso e volentieri. Il villain del film, impassibile ed inafferrabile come un morto, non smette mai di tormentare la coscienza dei due protagonisti e aleggia per decenni nella loro mente. Così come il soldato pazzo di The coast guard , che dopo aver ucciso un innocente perde il senno e si trasforma in una vera e propria ossessione per i propri compagni, i quali iniziano a sovrapporre il suo volto ad ogni soldato che sbuchi nella notte. Spunto forse interessante ma non nuovo per il regista, che sforna un'opera non brutta ma svogliata, e spesso un po' fiacca se paragonata con i suoi lavori precedenti.
Due rappresentazioni antiteche del ritorno di morti inquieti nel mondo dei vivi ci vengono proposte proprio da due film giapponesi: l'unico in concorso, Hako di Nakashima Kanji, particolarmente apprezzato dal pubblico, infarcisce la propria vicenda surreale con presenze spiritiche. Se, come ha affermato lo stesso regista, il film ha per protagonista l'enigmatica scatola mobile che vaga senza una meta tra lande desolate e abitate da alberi secchi, la sua esistenza è contornata da personaggi di contorno accomunati dal proprio status liminale, come i bambini, la cui condizione infantile e transitoria è testimone dell'atmosfera di cui vive lo stesso film; come la donna che coltiva fiori finti, la quale si pone come un compromesso tra la bruttezza del mondo in cui vive e la bellezza che vi può nascere; come il ragazzo idiota che rompe la scatola, figura che vive ai margini della società e alla quale è affidata la ricostruzione della Terra; come, appunto, il fantasma dell'inventore, che si aggira nel mondo dei vivi (dei sopravvissuti?) cercando la scatola che non è riuscito a riparare in tempo, prima di morire. E proprio questa presenza fantasmatica ci regala una delle più belle sequenze del film, quando ci rendiamo conto con stupore della morte del vecchio attraverso un piano sequenza che rifà il Mizoguchi di Ugetsu monogatari al contrario: dove questi illudeva della presenza della moglie defunta tramite il sinistro ritornare della mdp nel luogo in cui prima non c'era nessuno, Nakashima svela la vacuità mostrando un tavolino deserto al quale prima sedeva un uomo. Un film certamente interessante, con momenti di particolare poesia, ma che a mio avviso fa spesso uso di un lirismo un po' troppo facile (e facilmente strambo) e naif, che risulta a tratti fastidioso, così come la fotografia eccessivamente ricercata.
Se il vecchio di Hako vaga sulla terra per riparare al torto fatto alla scatola a causa di una morte prematura, tutt'altra intenzione hanno gli unici spettri già annunciati: quelli di Shimizu, che aspettavamo al varco per vedere cosa riusciva a combinare il regista con la sua quarta opera dedicata alla maledizione di Kayako e famiglia. Juon 2 dà quello che promette: fantasmi giapponesi secondo l'ormai consolidata tradizione dello psycho-horror , momenti di angoscia pura, e un finale che nulla risolve ma ci lascia a sguazzare nella stessa inquietudine in cui ci ha affondati per un'ora e quaranta. Ma questo secondo The grudge , come il suo predecessore, è un film che fa riflettere sulle sorti del più celebre genere proviente dal Giappone dell'ultimo decennio. Canto del cigno? La dimostrazione che si possono aprire nuove vie in alternativa a Nakata, oppure inevitabile degenerazione di Ring? Quella palese citazione di Sadako nel finale cosa sta a significare? È davvero solo un semplice e sincero omaggio alla mamma del genere, oppure (più probabilmente) un'esigenza produttiva per meglio sfruttare il recente successo del genere all'estero? O è la semplice ammissione, di fronte a situazioni già viste in Joyûrei , Ring 1 e 2, Dark water e Kôrei (ma il paragone con Nakata e Kurosawa è improponibile), del fatto che ormai il genere non può fare altro che alimentarsi di se stesso? Shimizu risolve la questione della circolarità e della ripetitività con la struttura ad episodi: questo dà nuova vita al canone o dopotutto è la solita minestra? La formidabile struttura del film, che si ripete, si sovrappone e si incastra continuamente, apre nuove vie in accordo con i taciti dettami del genere, o porta solamente agli estremi quello che già Nakata faceva nella sua opera più famosa confondendo i piani temporali? Shimizu non è privo di talento, lo aveva già dimostrato con Tomie rebirth e con la versione OV di Juon (rozza, ma sobria ed efficace), e la recente vittoria del suo alter ego al Ravenna Nightmare Festival lo dimostra. Fatica tuttavia a scrollarsi di dosso quell'aria da fratello minore di Nakata, che gli procura il successo ma che insinua anche seri dubbi sulla sua autorialità. A giudicare dalla reazione del pubblico, nonostante la pessima recitazione della maggior parte degli attori, nonostante la televisività, la banalità, l'assurdità e il senso di ridicolo che infestano numerosi momenti del film, Juon 2 funziona. Funziona perché al contrario di molte opere analoghe (talvolta migliori sotto molti altri aspetti), alla fine spaventa, fa paura. E dopotutto è questo ciò che ci si aspetta da un horror. Tutto il segmento dei colpi sulla parete, della tazza che cade e dei due impiccati dondolanti ha un impatto straordinario, e il gioco di montaggio fila abbastanza liscio (meglio che nel primo film), così come non è affatto male l'episodio della giovane studentessa, perduta tra sogno e realtà. Mi piace sperare che Shimizu continui a spaventarci a lungo (magari con qualcosa di più nuovo e meglio diretto?), e gli auguro che alla prossima apparizione mortifera in vestito bianco e capelli corvini ci scappi un urlo e non uno sbadiglio. Intanto aspettiamo con ansia You've got a call di Miike, potrebbe essere lui a garantire il pane per i denti affamati di horror orientale di qualità, ormai digiuni da un po' di tempo.


