64º Mostra del Cinema di Venezia
di Francesco Giai Via



2007 come chiusura di un ciclo, con un nuovo inizio alle porte. Tempo di bilanci per questi quattro anni di Mostra del Cinema di Venezia dell'era Marco Müller. La rivoluzione attuata dal direttore appena riconfermato ha saputo ridare slancio e vitalità ad una manifestazione che soltanto pochi anni fa era data per finita, considerata obsoleta di fronte allo strapotere di Cannes e di Toronto. Müller ha saputo semplificare le linee guida del programma, dando una nuova identità forte alla manifestazione e riuscendo anche a dribblare le insidie poste dal mostro romano apparso sull'orizzonte lagunare proprio a metà del suo mandato. Il rinnovamento nella Venezia di Müller è passato anche e soprattuto attraverso un forte rilancio del cinema orientale: fra storie segrete e giurie, film in competizione e Leoni d'Oro alla carriera, Müller ha fatto fruttare al meglio anni di frequentazioni e di rapporti con registi e produttori dell'estremo oriente. Proprio la cinematografia giapponese ha rappresentato da questo punto di vista il terreno per alcune fra le scelte più originali e necessarie fatte dal direttore e dai suoi collaboratori: lo spazio dedicato al cinema d'animazione finalmente posto al pari del cinema dal vero, sfruttando il talento e gli ottimi ultimi film di Kon Satoshi e Oshii Mamoru, piuttosto che il riconoscimento dell'importanza fondamentale del mondo dei video game nell'attuale panorama delle immagini in movimento, con il Final Fantasy VII: Advent Children di Nomura Tetsuya. Come non ricordare poi il Leone d'oro alla carriera a Miyazaki Hayao. Per questa ultima edizione ci aspettavamo dunque grandi cose, alla luce delle scelte fatte nelle ultime edizioni. Invece quest'anno dal Giappone sono arrivati soltanto tre film di tre registi per altro ormai noti e presenti proprio nelle ultime edizione della Mostra dirette da Müller. Difficile dire se questa parsimonia sia legata alla oggettiva mancanza di film convincenti fra quelli prodotti nella prima parte del 2007 o se piuttosto la scelta non sia stata dettata dalla necessità di riequilibrare il programma dopo l'invasione di titoli giapponesi degli ultimi tre anni. Resta il fatto che proprio questi tre film, diversissimi fra di loro, forse indirettamente ci parlano del cinema giapponese contemporaneo, un cinema che per i grandi festival occidentali è ancora legato ai registi della fertilissima ed ormai storicizzata ondata degli anni '90. E se i nomi dei nuovi autori ad oggi circolano soltanto in festival come Rotterdam, i registi affermati e riconosciuti sembrano attraversare ciascuno con la propria personalità ed il proprio percorso un comune desiderio di riflessione e rielaborazione di se stessi e del proprio cinema, dopo che negli ultimi 15 anni ha avuto luogo una affermazione forte e riconosciuta dei rispettivi staus quo di autori
Sad Vacation di Aoyama Shinji ci consegna un regista che volontariamente abbandona la radicalità degli esordi (e dei suoi anni miglior per il sottoscritto) per misurarsi con le forme più convenzionali del dramma familiare. Da questo punto di vista nemmeno il sempre splendido Tadanobu Asano supportato dal bravo Odagiri Joe, riesce a salvare un film insopportabilmente parlato e didascalico. Tutto ciò che era mistero ed intensità in film come Eureka o Desert Moon in Sad Vacation diventa semplice espediente narrativo. Peccato dunque, chi scrive non ha visto il film dello scorso anno, Kôrogi, e spera che Sad Vacation non sia altro che uno scivolone per un regista che abbiamo molto amato e che sappiamo ancora capace di operazioni coraggiose ed avventurose come dimostra il recente Eli, Eli, Lema sabachtani?
Diverso il discorso per Kitano. Kantoku Banzai ! prosegue programmaticamente la trilogia inaugurata nel 2005 con Takeshi's e se il registro scelto per il primo capitolo era quello del grottesco virato su toni più fortemente drammatici, qui il grottesco diviene sfacciatamente comico e riporta il regista alle atmosfere di Getting Any ? e della sua produzione televisiva. Comicità demenziale apparentemente ludica che nelle mani di Kitano diviene una lucida esplorazione nel corpo del cinema, forse definitivamente morto stecchito nell'indifferenza totale di un pubblico ormai cinicamente pronto a tutto. Parafrasando una famosa battuta e come se Kitano ci dicesse “il cinema è morto, e nemmeno io mi sento molto bene”. Il mercato se ne infischia del povero Beat, qualunque sia il genere di film che tenta di realizzare e così non resta che lo spazio per un assurdo e spassosissimo film di fantascienza senza capo ne coda, una farsa in cui i ragazzi sono adulti e gli adulti bambini. Inutile riportare trama o gag particolari (anche se ammetto che farò fatica a dimenticare il modo in cui la famigerata testata di Zidane al petto di Materazzi è entrata nel film). Kitano non è un regista finito come molti sostengono. Forse è soltanto troppo lucido, sa di aver ottenuto il massimo dalle varie possibilità finora esplorate dal suo cinema, e sa anche che il pubblico non fa che aspettarsi il nuovo film di Kitano, magari un bel dramma come ai tempi di Sonatine. Ed eccolo allora il regista glorioso, tutti i gusti possibili per tutti i palati. Peccato (e per fortuna) che Kantoku banzai! non sia il suo nuovo Hana Bi ma direttamente Kitano Takeshi che sbatte sulla pellicola la sua mente ed il suo universo interiore, dove c'è spazio per il lirismo, tanto quanto per il divertissement puro e l'attualità politica. Un film “cubista” per ammissione del regista stesso, uno spazio bidimensionale esploso fino a diventare un frattale in cui tutte le dimensioni e le sfaccettature convivono e stanno una a fianco dell'altra. Che dire allora se non Kantoku Banzai !, gloria al regista!
Lo stesso grado di sovreccitazione lo ritroviamo nel Sukiyaki Western Django di Miike. Rilettura in chiave barocca del classico di Bruno Corbucci, il Django di Miike è un adrenalinico oggetto pop, sfarzoso e teatrale, che trasferisce in una imprecisata epoca remota della storia giapponese l'intero set di uno spaghetti in piena regola, rielaborato attraverso luoghi e sfumature tipiche del cinema di Miike. Scenario nipponico, per un classico paesino abbandonato da cartolina western, dove attori giapponesi si sfidano a duello armati di battute recitate rigorosamente in inglese. Il risultato è una miise en abime che ricorda l'operazione di Yokai Daisenso, in fondo la risposta di Miike ad Harry Potter, e che ci restituisce una volta di più un regista vitale ed in continua mutazione Nel resto del nostro speciale veneziano troverete una recensione dedicata a Sukiyaki Western Django.


