Venezia 60. vista da Cinzia Chiarion
Qualche piacevole conferma e nessuna buona novità. Questo sembra essere il bilancio, a festival ormai concluso, della sessantesima Mostra del Cinema di Venezia. Anche per chi attendeva le proposte dallEstremo Oriente - una decina di film provenienti dalla Cina, Corea del Sud, India, Thailandia e Giappone - le aspettative, almeno sulla carta promettenti, sono state deluse. Tre i film giapponesi presentati: Antenna di Kumakiri Kayoshi nella sezione controcorrente, Vibrator di Hirochi Rauchi nella sezione nuovi territori, e Zatoichi di Kitano Takeshi tra i lungometraggi in concorso.
Dopo Kichiku (1998) e Hole In The Sky (2001), premiati in diversi festival, nel suo terzo film, Antenna, tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Taguchi Randy, il tentativo del giovane Kumakiri Kazuyoshi di "rappresentare e trasmettere la figura e i sussulti dellanimo del protagonista che affronta una realtà piena di avvenimenti incomprensibili" resta nel complesso non del tutto compiuto, nonostante lo scalpore suscitato da alcune scene sadomaso.
Dalle anticipazioni sul lungometraggio di Hiroki Ryuichi, siamo entrati in sala pensando di assistere ad un film sperimentale, pronti a provocazioni visive anche scioccanti. Nulla di tutto ciò. Vibrator di Hiroki Ryuichi è un racconto circolare sul vuoto esistenziale di due vite, una scrittrice freelance, bulimica (metafora della sua incapacità a trattenere e metabolizzare la realtà) e di un camionista bugiardo, che si incontrano in un anonimo supermarket, si piacciono e trascorrono qualche giorno insieme viaggiando sul camion di lui. Un buon incipit introduce lo spettatore immediatamente nel racconto sospeso tra intimismo ed erotismo e punteggiato da cartelli, che inframmezzano le immagini come nel cinema muto a rappresentare in modo molto originale la voce interiore della protagonista; una voce che le ricorda ogni volta le vere e profonde esigenze della sua anima. Purtroppo la noia prende il sopravvento quando la macchina da presa si dilunga troppo sulle lunghe chiacchierate; e gli inserti del camion in viaggio con una musica da road movie, a nostro avviso, stonano non poco! In compenso la prestazione della brava Terashima Shinobu, nel ruolo della protagonista, ripaga in parte delle défaillances narrative della storia.
Al di là dei premi e delle polemiche ad essi legate, resta il fatto che alcune delle pellicole più interessanti viste a Venezia sono giunte dall Estremo Oriente. Pensiamo a Bu San (Arrivederci Dragon Inn) di Tsai Ming-Liang (in lizza fino alla fine per il premio per la migliore sceneggiatura) e a Zatoichi di Takeshi Kitano che ha ricevuto un meritatissimo Leone dargento, premio speciale della giuria come migliore regia. Si può affermare senza indugio alcuno che Zatoichi è stato il film più atteso del festival: una fiumana di persone in coda per assistere alla proiezione; un'energia quasi elettrica in sala prima dell'inizio - con discussioni tra pubblico pagante e accreditati per accaparrarsi il posto migliore - che si è scaricata in un applauso generale non appena è apparso sullo schermo il logo dell' Office Kitano. Il suo Zatoichi non ha deluso le aspettative (almeno di chi scrive!) rivelandosi un ulteriore tassello nella personale poetica di Kitano che sembra aver scoperto, a dire la verità già da qualche film, il desiderio di sperimentare e cercare contaminazioni. Qui questo suo desiderio era forse facilitato dal fatto di avere a disposizione un personaggio con una configurazione narrativa già delineata. Obiettivamente, però, Kitano dimostra di aver raggiunto una padronanza del mezzo davvero rara, riuscendo a trascorrere da un registro narrativo all'altro con grande maestria senza perdere di vista lunitarietà stilistico-narrativa dellinsieme. Il risultato è uno jidaigechi (film in costume) molto personale, capace di sintetizzare in sé il dramma contadino e lepica dello chanbara (le scene di combattimenti tra samurai) il tutto inframmezzato da spassosi gag, rispolverati dalla sua passata esperienza teatrale. Luso dei colori - il rosso acceso del sangue che riempie linquadratura durante i combattimenti - rimanda direttamente allestetica visiva di Dolls. La musica di Suzuki Keiichi, mai prevaricante, partecipa assieme allimmagine e al montaggio alla costruzione del ritmo che raggiunge il suo climax nella bellissima danza collettiva finale. Lo stesso Kitano ha spiegato in conferenza stampa che il tip tap della scena finale non è tratto dai vecchi musical, come lo spettatore occidentale poteva pensare, ma è la ricostruzione di un tipico dramma giapponese dell'epoca: "avevano tutti lo stesso identico finale: i contadini, gli artigiani e i commercianti si trovavano ad una festa e ballavano e cantavano. Era un cliché, un'happy-end. Volevo cambiare questo cliché ma in un modo tutto mio. Ho pensato che mostrare attori ballare e cantare danze tradizionali non fosse interessante perciò ho mescolato generi tradizionali diversi: musiche giapponesi, coreane e tip tap giapponese". La scena è così ben orchestrata che lo spettatore accompagna con lo sguardo le danze dei ballerini quasi in apnea, magnetizzato da quel ritmo.
Ripensando ai tre film scelti per questa sessantesima mostra, cè forse un sottile filo rosso, un assunto che accomuna le tre storie: lascolto. I tre film mettono in scena linsufficienza dello sguardo a comprendere la realtà e trovare la verità. Il protagonista di Antenna ha rimosso gli avvenimenti a cui aveva assistito parecchi anni prima e che gli impediscono di tornare a vivere; Hayakawa Rei, la protagonista di Vibrator si innamora quando dà ascolto alle vibrazioni che le accendono il cuore, non a caso trasformatosi per un attimo in un telefonino; Zatoichi nella necessità di supplire alla cecità e sopravvivere ha dovuto affinare il senso delludito. Per scoprire la verità dentro di noi, per percepire laltro, riconoscersi e riconoscerlo bisogna saper sviluppare la propria "antenna", mettersi in ascolto delle vibrazioni prodotte dalle nostre relazioni con il mondo ovvero bisogna saper affinare il proprio orecchio interiore, lintuito, perché come dice il saggio Zatoichi: "Anche con gli occhi ben aperti non vedo niente".


