INFINITY FESTIVAL 2004
Poche ma significative presenze giapponesi alla terza edizione dell'Infinity Festival, una realtà ormai affermata il cui esordio era stato proprio segnato da una coraggiosa personale sulla giovane regista Kawase Naomi. Tre anni dopo è ancora la più celebre cineasta indipendente giapponese a segnare fortemente il festival con la sua presenza, non solo attraverso la sua ultima opera, Sharasôju, ma anche contaminando altre proiezioni, come l'interessante videointervista Les accords d'Alba ad opera di Vincent Dieutre, che conclude il festival mostrando un dialogo con Naomi durante il suo soggiorno ad Alba. Più indirettamente, lo spirito della regista aleggia anche nell'unica altra produzione giapponese, Ramblers di Yamashita Nobuhiro, che vede come protagonista femminile Ono Machiko (presente al festival), la quale aveva esordito giovanissima proprio con un'opera di Naomi, Moe no suzaku. Non si può che finire col credere al "cerchio magico" cui Luciano Barisone, direttore del festival, fa riferimento per indicare tali coincidenze che sembrano rimandare all'aura "spirituale" che connota il festival.
Se a livello quantitativo il cinema giapponese non spicca nel palinsesto, a livello qualitativo il festival ha lasciato soddisfatti. Sharasôju si rivela infatti uno dei momenti più intensi dell'intero festival, nonché uno dei migliori "parti" della regista (sicuramente il suo migliore lungometraggio a soggetto): una prorompente storia di grande intensità segnata da un incipit straordinario, con la macchina da presa che si aggira lungo le strade di un Giappone tanto ordinario quanto arcano, misterioso, allo stesso tempo inquietante e paradisiaco, una terra di dolore segnata da un'assenza (uno dei punti chiave del cinema di Kawase Naomi), ma anche recante i semi di una rinascita. La riscoperta di una terra che pareva perduta si colloca in quel sapore del passato che nell'opera della cineasta non scade mai nello stereotipo o nel prodotto di facile esportazione, ma anzi si carica di una vivacità e di un'intensità (si pensi solo alla lunga sequenza della parata) che non possono che provenire da un approccio sincero e fortemente personale (la regista compare, incinta come nella realtà, anche in prima persona in veste di una delle protagoniste principali).
Pur meno intenso e visivamente appagante, anche Ramblers di Yamashita non delude. Inserendo due personaggi dai risvolti autobiografici (sono due registi) nel mondo dei manga di Tsuge Yoshiharu, riadattato ai giorni nostri, Yamashita coglie l'occasione per mettere in scena una formidabile gamma di gag. Il tema del viaggio senza meta si va a mescolare ad echi beckettiani (i due protagonisti aspettano un individuo che pare non arrivare mai e nel frattempo si imbattono in personaggi surreali) e ad un umorismo tipicamente giapponese, tutto giocato sul fuoricampo e sull'alternanza di piani-sequenza ed ellissi. Certo, niente di particolarmente nuovo né a livello tematico né a livello di rappresentazione, ma il film funziona, soprattutto nella scoppiettante prima parte, e grazie anche ad un cast sensazionale, Yamamoto Hiroshi in testa.
Per quanto riguarda le opere di autori stranieri dedicate al Giappone, il già citato Les accordes d'Alba si rivela un'interessante ed affettuoso omaggio al mondo della regista giapponese. Celestial night del regista danese Michael Mantz è invece un'indagine sullo sguardo nella società giapponese attraverso la ricerca delle tracce dell'Imperatore cieco: un'opera dagli spunti interessanti, ma che pecca un po' di presunzione, e gli interrogativi che il regista si pone lungo il corso del film non riescono a far presa sullo spettatore, finendo ben presto per annoiare.


