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Miike Takashi: “schizzi di china”

di Davide Tarò

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Miike (tratto) dai manga.

A Human Murder Weapon e Bodyguard Kiba 1, 2 e 3 da Kajiwara Ikki e Nakano Yoshio, Daisan no Gokudo, Shin Daisan no Gokudo 1 e 2  da Murakami Kazuhiko, Naniwa yukyoden da Miya Miya e Daichi Daisuke, Peanuts  da Motohashi Masahide e Asada Jiro, Fudoh  da Tanimura Hitoshi, Tennen shojo Mann e Next da Koshiba Tetsuya, Silver e Family da Maki Hisao, White-collar worker Kintaro da Motomiya Hiroshi, Mpd Psycho da Ootsuka Ejii e Tajima Shou, Ichi the killer da Yamamoto Hideo, Yokai Daisenso  da Mizuki Schigeru.
Molti film di Miike tratti da altrettanti manga. Il legame tra Miike e un autore come Kajiwara Ikki, della vecchia generazione di mangaka per esempio, quelli per intenderci che fecero furori dopo il secondo conflitto mondiale, in un paese distrutto nell’animo e nel corpo che voleva guardare al domani, composto principalmente di orfani, potrebbe esserci eccome.
Gente come Takamori Asao con il suo Ashita no Joe (Joe del domani, in italia Rocky Joe) del 1968 messo in immagini dal tratto sporco di Chiba Tetsuya, o Kajiwara Ikki, appunto, con il suo Tiger Mask (in Italia Uomo tigre) del 1969 disegnato da Tsuji Naoki sono entrambi dei portabandiera e simboli amatissimi della cosiddetta generazione del dopoguerra, con personaggi in qualche modo sbandati, abbandonati al loro destino, con una luce brillantissima negli occhi, la luce dell’essere diversi, la luce della speranza per un domani, e legati il più delle volte ad un tragico ed ineluttabile destino.
Cosa c’entra tutto questo con la filmografia di Miike? Affinità elettive forse? Proviamo a ricordare qualche autore e qualche opera e cerchiamo di capire.
Il Giappone dell’immediato dopoguerra non sarà sicuramente la Osaka degli anni ’70, così cara ma soprattutto più familiare a Miike, dove passò l’infanzia, con i suoi reietti, le sue vie affollate, ma punti in comune possono essercene. Personaggi sbandati, abbandonati al proprio destino, senza famiglia . Orfani in Audition, Rainy Dog, Dead or alive 2, Fudoh, The Call.
L’essere in qualche modo intrappolati in due stati, tra passato e presente, senza appartenere profondamente a nessuno di essi, come già accadde per Date Naoto in Tiger Mask , tra la Tana delle tigri e l’orfanotrofio, per Ibuki Joe tra il riformatorio preventivo e il ring in Ashita no Joe, così accade per i personaggi di Fudoh, Full metal Yakuza, Tennen shojo Mann Next, Ichi the killer, Bird people of China, Jinji naki yabo, Mpd Psycho con una modalità di racconto simile, la nostalgia ed un senso imminente di tragedia e di destini “grandiosi” e già segnati. Forse è questa la “pudica grandeur” che distingue la  cultura dello spettacolo giapponese (manga, anime, film, videogiochi), dalle altre.

Tennen Shojo Mann Next

Mizuki Shigeru, la cui carriera lo porterà ad essere considerato uno degli esperti più completi dei mostri, delle creature e del folklore a cavallo tra l’era Edo e la restaurazione Meiji del XVI e XVII secolo (sua è l’‘Enciclopedia dei mostri giapponesi’ edita anche in Italia), è considerato uno dei padri fondatori del manga classico insieme a personalità quali Tezuka Osamu e Ishimori Shotaro.
Suo è il manga più conosciuto in terra natia, Hakaba no Kitaro iniziato nel ‘66 e che ebbe due versioni anime ad esso ispirate, una del ’68 e l’altra del ’71 entrambe con il titolo Gegege no Kitaro (‘Kitaro del Gegege’ o meglio ‘Lo spettrale Kitaro’ o ancora dall’edizione manga italiana: ‘Kitaro del cimitero’).
La storia tratta di un piccolo orfano di madre spettrale e cresciuto in un cimitero dai resti del padre morto, il cui corpo si è ormai imputridito del tutto, lasciando soltanto un globo oculare parlante che il bambino tiene al posto dell’orbita vuota del suo occhio sinistro…
Un freak nel vero senso della parola, un senza famiglia, ma soprattutto in bilico tra due mondi, senza radici, un autore come questo come non poteva collaborare (indirettamente) con Miike a Yokai Daisenso opera originale del mangaka, già trasposta anni fa in una pellicola kaidan da Kuroda Yoshiyuki ed ora ultima pellicola di Takashi?
Hideo Yamamoto è invece il giovane autore di Ichi (Uno) prima, e dei dieci volumi che compongono Koroshiya 1 (Il killer n° 1) che lo seguiranno dopo. Autore di manga taglienti e violenti quali Homunculus (tradotto in italiano come Homunculus l’occhio dell’anima) con protagonisti gente ai limiti, della società, della visione, dei veri e propri outcast, che possono vedere con l’occhio dell’anima quali “creature” si annidano dentro di noi, oppure con ragazzi frustrati e shockati da una infanzia fatta di bulli e prevaricazioni, ora diventati degli incontrollabili killer in autodifesa come appunto in Ichi, un soggetto ed un modo di raccontare la storia fatti apposta per la goliardica nostalgia di Miike.

Se con gli autori di manga citati fino ad ora, ad uno sguardo approfondito Miike sembra affine, ad un autore quale Maki Hisao al quale si devono almeno il soggetto di Silver e Family, questo sembra non accadere più, e non si tratta del risultato finale dei film, sicuramente opinabile da molti, ma proprio per la totale assenza di quelle affinità citate prima.
Maki, fratello del ben più incisivo Kajiwara Ikki, sembra però aver trovato con Miike una sorta di sodalizio, per di più ripetuto.
Per fare un manga non bastano delle cospirazioni, il mondo dei wrestler, combattimenti tra donne in vestitini discinti ed altre amenità di questo genere. Miike questo sembra capirlo, ed adatta il manga di Maki (Silver) in maniera goliardica, in una sorta di sopra le righe perpetuo, con una citazione divertita (ed inedita nel soggetto originale) di Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper, dove invece il manga originale di Maki pretendeva seriosità ed empatia con il pubblico, cosa impossibile, almeno per come era strutturata e fatta la storia.
L’unica inquadratura davvero in qualche modo “sentita” è di nuovo una inventata di sana pianta dal regista, quella iniziale, dove la ragazza si avvicina lentamente ad una tomba, che si spalanca, il colore argenteo che ne esce forma il titolo, poi si sentono queste parole: «a cosa assomiglia l’eternità?». Impossibile non percepire un velo di malinconica perdita e tristezza in questo piccolo segmento, di matrice eminentemente Miikiana non derivante dal manga.
Non sempre il rapporto di ‘filiazione’ con alcuni titoli manga ha portato ad una riuscita “estetica manga” propria di quasi tutti i film di Miike. Perché una supposta “estetica manga” è in nuce nel modo di fare cinema di Miike, indipendentemente da cosa esso sia tratto. E’ un dato di fatto che un regista come Miike però abbia avuto a che fare con una enorme quantità di soggetti tratta da manga il più delle volte a lui affini.

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