Miike Takashi: “schizzi di china”
di Davide Tarò
L’insostenibile “leggerezza” della modalità di rappresentazione
Dove per “leggerezza” non si intenda superficialità degenere o qualcosa che ricordi seppur vagamente la comicità e la commedia o toni e modalità in qualche modo “disimpegnate” ed adatte ad un vastissimo pubblico (anche se il “non stile” di Miike non ne è privo).
Leggerezza qui, dovrebbe essere vista più come una sorta di strana ed effimera libertà, derivante per assurdo da fondi di privati investitori e soprattutto da soggetti non originali, ma non basterebbe ancora a definirla completamente, assolutamente no.
E’ un modo di sentire la materia cinematografica, il soggetto, il cast, un divenire particolare e fluido, dove tutto converge naturalmente, in snodi narrativi e drammatici niente affatto costretti e costrittivi o tantomeno facilmente prevedibili, dove proprio in questa leggerezza possono (e devono) convivere i toni e registri narrativi più disparati.
In Dead or Alive 2 è assai difficile e dannoso distinguere tra il gusto eminentemente spettacolare, divertito, iconoclasta ed assolutamente sopra le righe, da un senso di malinconia profondo ed ancorato indissolubilmente a tutta la messa in scena.
Come fanno tutti questi registri a convivere e soprattutto a convincere lo spettatore ?
Ci vuole “leggerezza”… , che in questo contesto bisogna provare a ricercare in un seppur minimo scarto tra il soggetto vero e proprio, e le modalità di rappresentazione e di visione del regista.
Uno strano essere antropomorfo alato con due occhietti stancamente socchiusi ed enormi, teneramente spelacchiato, dopo essere nato, svolazza per il cielo, è libero, svolazza non proprio aggraziatamente, ma si mantiene in volo, poi cade rovinosamente e finisce dentro un piatto di un ristorante dove vi è della minestra bollente, fine del volo.
Combatterà con la testa enorme di un uomo (la creatura scopriamo essere quindi una ‘creaturina’) che cerca di mangiarsi la sua minestra, sarà uno scontro all’ultimo sangue tra i due, in cui ne faranno le spese l’ugola del signore e tanti altri suoi orifizi impensabili della sua bocca, ineluttabilità e vacuità animata del fato.
Questo è l’inizio di Happiness of Katakuris, realizzato in stop-motion con la plastilina nei primi minuti della pellicola, la stessa tecnica verrà ripresa poi alla fine, per rappresentare il cataclismatico e liberatorio finale.
L’inizio di questa pellicola in qualche modo è rappresentativo di tutto un modo di fare cinema di Miike, filtra tutto, tutte le emozioni, quelle più basilari arrivano allo spettatore: simpatia, tenerezza, apprensione, ironia, divertimento, senso del fantastico, violenza della visione e delle azioni rappresentate , pena.
Leggerezza è in primo luogo una libertà naturale di rappresentazione del mondo interiore dandogli una narratività , in vari registri e modalità di messa in scena.
Cosa succede se per un regista come Miike non vi è alcuna distinzione sostanzialmente ‘etica’ e ‘stilistica’ tra un tipo di rappresentazione naturalistica ed una per così dire, “animata” o meglio che si rifà ad una tradizione profondamente ancorata all’ “ ICONICITA’ ” dell’immagine?
Succede che ci si può far prendere da facce disegnate, o in plastilina, od ancora spudoratamente ritoccate dalla cgi (Tsukamoto Shin’ya in Ichi the Killer…), la filosofia è sempre la stessa: “facce facciose” si sarebbe detto in altri contesti, dove dei tratti proprio per loro stessa natura, sintetica ed immediata, sono più universali e fanno filtrare emozioni più facilmente condivisibili e con una intensità più universale che la faccia ed il corpo di un attore filmato (seppur bravo) non riuscirebbe a trasmettere nella stessa maniera.
Leggerezza è in secondo luogo, la capacità di rendere omogenee e salde le radici del tutto, della rappresentazione, con una modalità di operare che è propria sempre della sensibilità del regista.
Mantenere la sospensione dell’incredulità spettatoriale, questa è la leggerezza assoluta di Miike, questa la sua capacità nel crogiuolo di rappresentazioni diverse che è la sua filmografia, che sia una creaturina sulfurea e malinconica in plastilina, che sia una testa parlante, che sia un inserto in animazione, tutto appartiene in qualche modo alla più profonda essenza di Miike, e questo lo spettatore riesce a percepirlo bene.
Tutto è ancorato, filtrato con un filo rosso, indistruttibile, alla personalità del regista, con la sua malinconia e la sua visione, poi tutto il resto è incidentale, si costruisce da sé, come da un ramo fertile.
E qui viene il dubbio, che questa leggerezza sia qualcosa di assimilabile ad “un” supposto “stile” di Miike?
Forse, in questo senso allora, Miike un suo stile lo avrebbe…
La filmografia di Miike è un crogiuolo di spettacolo ed emozioni che ha le sue radici nella figuratività , nell’animazione e nel cinema di genere, per sua stessa natura, per suo stesso modo di essere, di presentarsi e di “filtrare” il reale, non di certo per supposte scelte stilistiche.
Umberto Eco sui fumetti dei Peanuts e sul loro autore Charles M. Schultz : “ se poesia vuole dire capacità di portare pietà, tenerezza, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta siano fatte le cose, allora Schultz è un poeta ”.


